Offriamo in affitto la stanza di mia figlia, la più grande, che ha deciso di andare a convivere col suo fidanzato”. L’annuncio di Lina, 54 anni, insegnante, tre figli (di 28, 23 e 16 anni) e un mutuo da pagare è uno dei mille esempi di famiglia italiana “social” che si leggono su Immobiliare. it . Rinunciare all’intimità casalinga per fare spazio a un nuovo inquilino, un perfetto sconosciuto, studente o lavoratore, per lunghi o brevi periodi, non è più solo appannaggio di Nord Europa o Stati Uniti, dove i legami parentali sono piuttosto liquidi, ma anche di un Paese come l’Italia, dove il nucleo familiare è saldo per tradizione e gode ancora di una sacralità quasi inviolabile. Si tratta di un mercato appena nato, che riguarda una piccola fetta degli affitti in condivisione (circa il cinque per cento su un totale di 320 mila annunci) ma che sta prendendo sempre più piede: più 25 per cento dal 2010 (più 14 per cento solo nell’ultimo anno). Rompendo il tabù della privacy domestica. Abbattendo i pregiudizi verso gli estranei. E così lavello, divano, doccia e corridoio sono in comune. Senza disagio.

Le famiglie “social” si concentrano soprattutto a Roma e Milano (qui l’offerta è aumentata del 37 per cento e la domanda di nove punti). Poi, con numeri più piccoli, nelle altre città universitarie. “Il boom delle offerte è stato quest’inverno” spiega Carlo Giordano, amministratore delegato di Immobiliare. it . Il motivo? “Le bollette più salate e la seconda rata dell’Imu da pagare”. Il fenomeno è nuovo, “fino a due anni fa inserzioni del genere non esistevano” conferma Giordano. A Sedriano, alle porte del capoluogo lombardo, Lina e suo marito, comandante dei vigili di 51 anni, mettono a disposizione una camera da letto con bagno privato per 300 euro al mese. La cifra che gli serve per saldare ogni trenta giorni la rata del dentista per i figli. “I due stipendi con il 50 per cento del mutuo della casa ancora aperto non bastano mai” dice Lina. “Volevamo vendere la casa – continua -, ma non è un buon momento e così abbiamo pensato di arrotondare il bilancio dando una stanza in affitto”. L’idea è piaciuta subito a tutta la famiglia. E a Lina ricorda il passato spensierato. “Trent’anni fa da Salerno mi trasferii a Milano in una casa famiglia con mia cugina, fu una bella esperienza”. Oggi come una volta, dunque.

Nel 2013 più di prima: nell’era in cui si condivide tutto, dalla macchina (car sharing) al luogo di lavoro (co-working ) e al cibo (food sharing), anche la coabitazione potrebbe diventare una moda. Anche se la vera ragione, si sa, è di ordine economico. Oppure è un modo per evitare la solitudine (in gergo: “sindrome del nido vuoto”), in particolare tra le persone anziane, magari vedove e pure benestanti. Il risparmio è garantito. Il valore dell’affitto viaggia dai 170 euro minimi di Palermo ai 500 euro di Roma e Milano, cioè dai 70 ai 50 euro in meno al mese. A causa di contratti precari e stipendi bassissimi la domanda dei lavoratori, sempre in trasferta, supera quella degli studenti con il 58 per cento delle richieste in più. Oltre il posto in famiglia, si va a caccia anche dell’ufficio in condivisione. “A Milano su sette mila uffici in affitto, 500 sono in sublocazione: si tratta soprattutto di commercialisti, avvocati, dentisti. Mettono in comune wi-fi, attrezzature varie, centralinista, donna delle pulizie” afferma l’ad di Immobiliare. it . I prezzi variano dai 220 ai 440 euro mensili.

A Torino, Bologna e Genova a dicembre si contavano circa 560 offerte a meno di 400 euro. Nel resto della Penisola invece erano oltre 1300. La storia si ripete per cicli. In tempo di vacche magre si uniscono le forze e la parola magica diventa “share”. In nero. La maggior parte degli affitti non viene registrata, manca un contratto, è illegale insomma. Se il padrone non si mette in regola, in base alla legge 23 del 2011 il locatario può richiedere la riduzione del canone fino all’80 per cento all’Agenzia delle entrate o al sindacato degli inquilini.

 

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