Già, pensare ad Anna Maria Franzoni – condannata nel 2007 in appello a 16 anni di reclusione – che tutti i giorni fa colazione e poi lascia la cella in cui è rinchiusa per andare a respirare libertà nella cooperativa «Siamo Qua» (parrocchia di Sant’Antonio da Padova alla Dozza) e restarci fino a sera, non ci lascia l’animo in pace. Anche se – sia chiaro – non viene infranta alcuna regola: la possibilità di lavoro esterno viene concessa, secondo l’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario, a coloro che hanno già scontato più di metà della pena e nel caso della Franzoni anche perché ha un figlio minore (Gioele, nato a quasi un anno dalla morte di Samuele). Dunque, niente da dire. È, questa, più una questione umana, emotiva, di sentimento, di principio e l’idea che una madre che ha ammazzato il proprio piccolo (così ha stabilito il tribunale, anche se non ci sono mai state prove schiaccianti come ha sempre sostenuto Libero) dopo soli sei anni di galera abbia la possibilità di uscire e ripartire è qualcosa che quanto meno ti fa fermare. E riflettere. Anche perché, in realtà, finora era sempre stata negata ogni concessione alla donna che si trova in carcere dal 22 maggio 2008 (quando i carabinieri si presentarono a prelevarla dalla sua casa di Ripoli Santa Cristina il parroco don Marco e i parrocchiani la protessero al punto che nessuno riuscì a fotografarla), subito dopo la conferma della sentenza d’Appello da parte della Corte di Cassazione (in primo grado, nel 2004, era stata condannata a 30 anni con rito abbreviato dalla Corte di Assise di Torino, pena poi ridotta a 16 anni). Anna Maria Franzoni, che era stata arrestata una prima volta il 14 marzo del 2002 (poi scarcerata alla fine del mese su decisione del Tribunale del riesame) aveva chiesto gli arresti domiciliari un anno fa, a settembre, per poter accudire l’altro figlio. Ma il tribunale di Sorveglianza di Bologna aveva detto di no perché decaduta dalla potestà genitoriale. Non solo. A luglio dello stesso anno – il 2012 (ma già nell’agosto del 2010 la donna aveva chiesto, senza ottenerlo, un permesso straordinario per assistere il suocero malato e poi deceduto lo stesso mese) – la Cassazione aveva negato alla Franzoni la possibilità, per almeno i successivi quattro anni, di poter usufruire di permessi premio per uscire dal carcere per la gravità del reato commesso e per le regole fissate dall’Ordinamento penitenziario nei confronti dei soggetti pericolosi: per i reati gravi come quello per il quale è stata condannata la mamma di Cogne i detenuti, al pari di chi viene condannato per mafia e terrorismo, devono aspettare di aver scontato in carcere almeno metà della pena. E così ora Anna Maria Franzoni, che il 30 gennaio 2002 ha ammazzato il figlio Samuele Lorenzi di tre anni (le indagini hanno stabilito che il bambino sarebbe stato colpito diciassette volte), ogni mattina lascia il carcere per andare a lavorare nella cooperativa “Sono Qua”, un laboratorio di sartoria dove si producono oggetti di abbigliamento (e in particolare borse) guidato da don Giovanni Nicolini. E – racconta chi la vede tutti i giorni – sembra una donna rinata e felice. Ma a noi, pur pensandoci e ripensandoci, resta ancora qualcosa dentro che ci dà ansia e ci toglie il respiro.

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