Prima i conti pubblici in sicurezza. Poi, forse, lo stop all’aumento Iva e,ancora più in là, l’azzeramento della seconda rata Imu. A poco più di 48 ore dall’ultimo giorno utile per evitare la stangata sui consumi, il Governo di Enrico Letta è in alto mare. E il riferimento non è al viaggio negli Stati Uniti del premier, alle prese con il cosiddetto road show finalizzato a riportare i quattrini dello Zio Sam in Italia. Il fatto è che nonostante le pressioni di tutta la maggioranza, il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, non ha sciolto la riserva per rinviare si tre mesi il rialzo dell’Iva dal 21 al 22%. Rialzo che scatterà, salvo miracoli, dal prossimo 1 ottobre. E oltre all’ennesima batosta tributaria sullo shopping, torna ad aleggiare lo spettro dell’Imu sulle abitazioni principali. Cancellata la rata di giugno, l’Esecutivo deve trovare 2,3 miliardi per annullare il versamento di dicembre. Complessivamente vanno trovate risorse per 6 miliardi di euro. In ballo, infatti, ci sono anche i fondi necessari a rinnovare la cassa integrazione straordinaria e quelli per rifinanziare le missioni internazionali. Al Tesoro, per ora, sono concentrati su un altra cifra e cioè quegli 1,6 miliardi indispensabili per riportare il rapporto tra deficit e pil sotto il 3%. Sembra sfumato, salvo sorprese, lo sconto della Commissione europea. Bruxelles, nei giorni scorsi, aveva promesso a Roma di tenere fuori dai calcoli dei parametri di bilancio le spese per investimenti nelle grandi opere Ue, i «corridoi», tra cui la Tav. Un favore che avrebbe consentito a Saccomanni di scrivere nel Documento di economia e finanza 2,8% anziché 3,1%. Niente da fare. Di qui la manovra d’emergenza: i paletti Ue vanno rispettati, ha ribadito Saccomanni al direttivo Assonime. Le prospettive di crescita dell’economia italiana miglioreranno nell’ultima parte del 2013 e nel 2014, ha insistito ancora una volta il ministro, anche grazie agli interventi di sostegno avviati e pari a 12 miliardi in tre anni. La determinazione del Governo è rispettare i vincoli europei, adottando tutte le misure necessarie per coprire «il modesto » sforamento previsto. Per farlo si procederà sulla strada dei tagli e delle rimodulazioni di spesa, anche reperendo risorse con poste interne al bilancio. Non è esclusa la carta di un aumento, seppur minimo, delle accise né quella delle dismissioni, anche se per le privatizzazioni vere e proprie si dovrà attendere la legge di stabilità, la vecchia Finanziaria. Gli effetti di vendite e cessioni sarebbero infatti difficilmente immediati e contabilizzabili sul deficit 2013. C’è chi ha parlato di misure volte ad aumentare gli acconti irpef, ma si tratterebbe di interventi in netto contrasto con le promesse che lo stesso Letta ha fatto a New York, dove era impegnato nella promozione degli investimenti internazionali in Italia. Solo le prossime settimane diranno se la missione di Letta oltreoceano è riuscita. Sta di fatto che dinanzi alla comunità finanziaria Usa, il primo ministro del Belpaese ha detto che «la legge di stabilità che stiamo per presentare sarà» cruciale. Conterrà «un programma di bilancio molto importante, che prevede anche un consistente taglio delle tasse sul lavoro, un punto per noi fondamentale». Giù il cuneo fiscale. Servirebbero 50 miliardi e non i 5 promessi dal ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, avvertivano ieri sul Corriere della sera, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi: ma è solo una promessa e s’intende che tutto è demandato anche alle trattative europee. Secondo i due autorevoli economisti, all’Italia serve uno choc che può essere impartito solo chiedendo all’Europa di sforare nuovamente il tetto del 3 per cento del deficit, destinando i soldi così raggranellati a riforme strutturali da realizzare in due-tre anni sotto il rigido controllo di Bruxelles. È un’ipotesi che si va facendo strada sottotraccia. Per Letta l’Unione europea deve mettere al centro della propria agenda la crescita perché se la Ue è solo austerity, è impossibile imporre nuovi sacrifici ai cittadini. Il premier resta ottimista sulla crescita italiana, ma certo l’ azione all’interno di una coalizione «non facile» è tutta in salita. La sua idea sembra essere quella di trasformare in una sorta di verifica di Governo l’approvazione della legge di stabilità. Orizzonti lontani. L’agenda prevede altro. Oltre che sull’Iva, per la quale sarebbe necessario un ulteriore miliardo tutto da definire, il discorso rimane aperto, come accennato, anche sull’Imu. L’Esecutivo dovrebbe presentare il decreto con la cancellazione della seconda rata entro il 15 ottobre, in contemporanea dunque con la legge di stabilità in cui prenderà forma la service tax. Ma l’impegno politico preso a fine agosto per la totale eliminazione anche della seconda tranche sembra cominciare a barcollare di fronte alla scarsità di risorse. La cancellazione potrebbe cioè non essere assoluta e riguardare la maggioranza dei proprietari, non la totalità. A esplicitarlo è stato il responsabile economia del Pd, Matteo Colaninno: «Per il 2013 – ha detto – potrebbe essere un discorso serio dire che i soldi non ci sono Possiamo pensare di riaprire la seconda rata dell’Imu». Già sulle modalità di copertura dell’acconto sono del resto emersi dubbi della Corte dei conti che ha espresso «perplessità» sulla sanatoria da 600 milioni per i concessionari dei giochi. Frattanto, in Parlamento sembra arrivata una prima risposta per le imprese, con l’ok a una norma del decreto fare bis che consente di compensare i debiti fiscali nel biennio 2013-2014 per chi vanta un credito con la Pubblica amministrazione.

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