Luigi Preiti voleva uccidere e non c’è alcuna prova che avesse poi deciso di suicidarsi. L’ordinanza di convalida del fermo dell’uomo che domenica scorsa ha sparato in piazza Colonna a Roma e ferito due carabinieri evidenzia le bugie da lui raccontate sino ad ora. E mostra chiaramente la sua spietatezza e determinazione a colpire i militari, che stride con la sua proclamata disperazione. Su questo il giudice Bernadette Nicotra, è categorica: «Certamente il lungo viaggio in treno da Rosarno a Roma segna un intervallo di tempo apprezzabile, tra l’ideazione maturata nella mente del Preiti nella sua casa di Rosarno prima che la mattina del 27 prendesse il treno per Roma e l’esecuzione del proposito criminoso nel corso del quale non solo tale proposito si è consolidato e rafforzato, ma durante il quale il Preiti ha elaborato modalità e predisposto accuratamente i mezzi per portare a compimento il progettato omicidio rimasto allo stato di tentativo e che avrebbe ben potuto avere conseguenze più tragiche». Nel video le mani alzate Viene dunque confermata la posizione del procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani e del sostituto Antonella Nespola che sin da subito hanno sostenuto la tesi del gesto premeditato. Sono state le telecamere sistemate in piazza Colonna a riprendere i momenti cruciali dell’agguato. Il resto lo hanno fatto le verifiche degli investigatori dell’Arma e questo ha consentito all’accusa di effettuare una ricostruzione delle venti ore trascorse da Preiti nella capitale prima di entrare in azione, anche se rimangono alcuni «buchi» sui suoi spostamenti. E soprattutto sui suoi contatti prima di lasciare la Calabria. Sono quattro i fotogrammi allegati all’ordinanza. Il primo è quello che mostra l’attentatore con il braccio teso che mira alla testa del brigadiere Giuseppe Giangrande e poi preme il grilletto. I seguenti focalizzano il momento degli altri spari e poi il tentativo di fuga verso il palazzo della Camera dei deputati con Preiti che alza le braccia prima di essere buttato a terra. Il giudice non sembra dare alcun credito alla difesa di Preiti quando ha affermato che le sue intenzioni fossero quelle di ferire. E infatti scrive: «Il primo fermo immagine è sufficiente a provare la piena intenzionalità di uccidere e non di colpire ». La quarta foto, quella che lo mostra in gesto di resa, smentisce invece la sua intenzione di farla finita che lui ha riconfermato durante l’interrogatorio di due giorni fa quando si è addirittura rivolto ai carabinieri presenti nel carcere di Rebibbia e ha affermato: «Perché non mi avete sparato?». Nuove indagini sulla pistola Poco spazio viene lasciato anche alla possibilità che l’obiettivo fossero i politici, in particolare i componenti del nuovo governo guidato da Enrico Letta che proprio in quei momenti stavano giurando al Quirinale. È una tesi che Preiti ha sostenuto nel primo interrogatorio, qualche ora dopo l’attentato. Ma non ha trovato alcun riscontro e infatti il giudice sottolinea la sua aggressività nei confronti dei carabinieri, diventate uniche vittime dell’azione. Nel provvedimento ci si sofferma poi sui motivi che lo avrebbero spinto ad entrare in azione e pure in questo caso il gip smonta la difesa dell’uomo perché, dopo aver premesso di voler fare «una brevissima considerazione sul movente che avrebbe indotto Preiti all’azione criminosa e che come lui stesso ha dichiarato sarebbe stato unicamente quello di compiere un “gesto eclatante” colpendo le istituzioni, come lui stesso ha ripetutamente affermato a questo gip affermando testualmente che “la sera prima dei fatti, in albergo, avevo pensato di farla finita e di spararmi, però non volevo essere un altro numero come tanti altri, quindi ho preso coraggio per colpire le istituzioni”», afferma: «Premesso che anche su questo aspetto del movente così come del momento in cui si sarebbe procurato l’arma rimangono aspetti ancora da esplorare, va evidenziato che l’assenza di un movente razionale non è di per sé elemento sufficiente ad escludere la volontarietà della condotta». Ha agito con «dolo diretto» Ecco dunque spiegata la scelta di «configurare anche il dolo del tentato omicidio plurimo aggravato ascritto a Preiti, in termini di dolo diretto» oltre alla contestazione di tentato omicidio plurimo aggravato e premeditato nei confronti dei militari. E soprattutto di evidenziare il pericolo di reiterazione del reato. Su questo il giudice ha parole nette: «Il rischio si desume dal fatto grave di reato commesso di notevole allarme sociale per le modalità e circostanze, la detenzione e il porto di un’arma alterata e clandestina in orario e luogo pubblico, mettendo in grave pericolo la vita di numerose persone, segni di un gesto criminale, le cui motivazioni esulano dall’apprezzamento di questo giudice, ma che non potrà mai giustificare le pallottole esplose contro tre fedeli servitori dello Stato»

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