Osteria Fusar. La casa di Mirco Sacher, ucciso in un campo alla periferia della città da due ragazzine, è a un centinaio di metri. I suoi amici sono attorno a un tavolo. Ognuno ha il suo «taglio», un bicchiere di Friulano, il bianco che per legge non può più chiamarsi Tocai. «Mirco? Buono e ingenuo», dice il titolare dell’osteria Giorgio Romanello. «Arrivava il mattino, alle 8 beveva un caffè, alle 9 si faceva un bianco e un panino: negli ultimi giorni riceveva telefonate strane e schizzava via. Per me erano quelle là». Basta nominare quelle là, ribattezzate Anna e Federica, con nomi di fantasia a tutela della minore età, e la gente al banco scuote la testa. «La storiaccia della violenza sessuale non la dovevano dire», commenta Giovanni, «era una balla, ma tu tti hanno abboccato. Povero Mirco, lo hanno ucciso due volte». Verrà il tempo del perdono. Adesso è ancora il momento dell’incredulità e della rabbia. Del muro contro un nemico immaginario, un esercito di adolescenti, col loro armamentario di jeans a vita bassa, piercing, cuffiette e musica spaccatimpani. «Chissà se un giorno», ragiona Mauro, un assistente sociale, «ricorderemo Mirco Sacher come prima vittima di una guerra tra generazioni. Giovanissimi contro anziani. Gente nata e vissuta nello stesso posto, ma calata in realtà diverse, senza possibilità di comunicare e capirsi. La rete sociale della famiglia, della religione e dell’osteria contro quella di Facebook, del telefonino e dei videogames. Il mondo del lavoro sicuro, contro quello del precariato garantito. L’umanità coi soldi e quella squattrinata della crisi, che cresce col miraggio del danaro e pur di averlo è disposta a tutto. A ingannare, a ricattare, ad aggredire. Forse anche a uccidere». Nell’incredibile racconto di Anna e Federica il danaro si fa notare per la sua assenza. Non se ne parla mai. C’è la stra na frequentazione col pensionato, amico della nonna di Anna, la mattinata passata con lui tra gelateria e supermercato, il pranzo a casa sua, le due bottiglie di lambrusco, una canna di marjuana, il giro in macchina e la svolta in una stradina nei campi. Qui, secondo le ragazze, lui allunga le mani, loro reagiscono, lo buttano a terra, gli saltano addosso e gli stringono le mani sul collo, fino a quando non respira più. Poi salgono in auto, scoprono i fili d ’accensione, fanno un contatto e partono. Sembra un’odissea alla Thelma e Louise. «No», ribattono loro, «sembrava di essere in Gta», il videogame tutto sesso e violenza, fortemente sconsigliato ai minori di 18 anni. Anna e Federica girano due ore a vuoto, imboccano l’autostra da in direzione Milano, abbandonano lau to senza benzina in un Autogrill a Padova, trovano un passaggio fino alla stazione di Vicenza e in treno verso casa incontrano Sonny Rizzetto e Walter Wisdom, due ragazzi di Pordenone che conoscono di vista. E a loro che consegnano la prima versione del delitto. HANNO FATTO TUTTO DA SOLE E sono loro che le convincono ad andare dai Carabinieri e raccontare tutto. Le ragazze non volevano uccidere, dicono i magistrati. L’accusa è omicidio preterintenzionale. Le indagini si concentrano sugli aspetti più incredibili della storia. Il rapporto col pensionato. L’omicidio a mani nude. L’utilitaria accesa con una tecnica da consumati topi d’auto. Una quindicenne per ore alla guida, su una delle autostrade più trafficate d’Italia. Impossibile che avessero fatto tutto da sole. Qualcuno doveva averle aiutate. E mentre il fascicolo di Anna e Federica passava a Trieste, in Procura Minori, a Udine le indagini proseguivano per identificare il terzo uomo, un ipotetico maggiorenne, coperto dalle due ragazzine. Telecamere e testimonianze disseminate nel viaggio attraverso il Nordest, hanno però smontato l ’ipotesi degli inquirenti. Le ragazze avevano fatto tutto da sole. Al loro racconto mancava un solo tassello, il movente. Chi conosceva Mirco e lo frequentava è sicuro di non sbagliarsi: «Il legame con la nonna di una delle ragazze era forte», riprende Giovanni, «e Mirco accudiva tutti i nipoti di lei come fossero i suoi. Un’avances alle ragazzine? Non scherziamo ». In Procura, a Udine, un investigatore aggiunge dettagli importanti. «Se lui voleva approfittarne», spiega, «l’avrebbe fatto quando si trovavano tutti e tre in casa». MESSINSCENA SUL CADAVERE Ma i dubbi sorgono osservando la scena del crimine. «Sacher era a terra, con la camicia sbottonata e i pantaloni leggermente abbassati davanti. Strano. Per un approccio di quel tipo, un uomo non pensa a sbottonarsi la camicia, semmai slaccia i pantaloni, che però calano davanti e dietro. Sacher invece li aveva ancora attorno alla vita. E il dubbio di una messa in scena lo abbiamo subito avuto». Il danaro, grande assente della prima ora, si è imposto all’attenzione dei magistrati quando la banca ha consegnato l ’estratto conto, con i movimenti dell’ultimo anno. Senza famiglia e senza vizi, in una vita di lavoro alle Ferrovie, Sacher aveva accumulato un tesoretto di 150 mila euro e ogni mese lo incrementava con i risparmi sulla pensione di 1.300 euro. Ma negli ultimi tempi qualcosa era cambiato. Le uscite superavano le entrate, e tra il 2 e il 7 aprile Mirco aveva prelevato 450 euro. Il segno probabile di pressanti richieste di danaro. Una sorta di assalto alla diligenza, a cui Sacher opponeva una resistenza blanda. Viene giudicata di grande interesse la testimonianza della cassiera di un supermercato: «L’uomo si era spazientito », ha dichiarato la donna. «Non voleva che le ragazze gli mettessero le mani nel portafoglio». Nessuno si era accorto della disponibilità di danaro nelle mani delle due ragazze. Non i genitori e nemmeno professori e compagni nella scuola in provincia di Udine dove frequentavano corsi da estetiste. Per non rendere riconoscibile l’istituto, il direttore accetta di parlare con Oggi solo in forma anonima e dice: «In classe erano vicine di banco e le avevamo separate, tutte e due avevano un rendimento insufficiente e il 4 aprile avevamo inviato una lettera alle famiglie per informarle della situazione. MOLTE ASSENZE E BRUTTI VOTI Anna aveva oltre il 25 per cento di assenze e se non si fosse messa in riga avrebbe perso l ’anno. Federica era più presente, ma la condotta lasciava a desiderare. I campanelli d’allarme li abbiamo fatti suonare tutti, ma non avremmo mai immaginato un episodio del genere. Ora dovremo trovare un modo perché questa storia non si ripercuota sulla vita dell’istituto ». E il momento degli psicologi. Santina Campo, difensore di Federica, gli avvocati Federica Tosel e Francesco Rossi, per Anna, hanno già chiesto aiuto al professor Giuseppe Sartori di Padova, uno dei maggiori specialisti italiani in materia di minori. Intanto, i magistrati hanno seguito l ’esempio dei professori, hanno separato Anna e Federica e le hanno assegnate a due strutture diverse. In via Riccardo di Giusto, nel quartiere dormitorio di Anna, un gruppo di ragazzi è riunito a notte fonda davanti all’unico punto di ritrovo, una lavanderia a gettoni aperta 24/24 e 7/7. «Abbiamo tra i venti e i trentanni», dice un ragazzo in tuta grigia, «ma questi ragazzini più giovani ci fanno paura. Sanno tutto, sono molto più furbi di noi. Il fatto è che noi siamo venuti su in strada, loro davanti a tv, playstation e computer. Noi sappiamo valutare le conseguenze di un gesto. Per loro è diverso. E come schiacciare il tasto di un videogame ».

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