Sono tesi i volti degli elettori che entrano a San Pietro per l’ultima messa senza Papa. «Tra un po’, al momento del primo voto, sarà anche peggio—sorride all’uscita un cardinale che nel 2005 fu tra i protagonisti del Conclave e ora ne è dispensato dall’età —. Ti trovi nella Sistina. Ogni volta devi giurare pronunciando in latino l’intera formula: “Chiamo a testimone Cristo Signore, il quale mi giudicherà, che il mio voto è dato a colui che, secondo Dio, ritengo debba essere eletto”. Davanti a te troneggia il Gesù del Giudizio Universale di Michelangelo. È un’emozione unica nella vita. Quand’è così, ragionamenti e calcoli della vigilia non valgono nulla». Nel 2005, il decano era Ratzinger. Disse la messa preconciliare, in latino, a memoria. Inforcò gli occhiali cerchiati oro solo per leggere l’ormai celebre omelia contro il relativismo. Alla fine fu applaudito a lungo. Poi guidò quasi per mano i cardinali nella Sistina, recuperando uno di loro che aveva sbagliato strada, e ne uscì Papa. Anche oggi in San Pietro c’è un applauso per Ratzinger. Ma lui non è qui a riceverlo. Forse lo ascolta in tv, a Castelgandolfo. Stavolta l’omelia del decano non sarà applaudita. Angelo Sodano legge con la voce monocorde e l’accento piemontese un testo da diplomatico, che nasconde segni non oscuri per i cardinali che ancora il giorno prima si sono scontrati sullo Ior e sull’operato di Bertone, concelebrante alla destra del decano. Il nuovo Papa dovrà avere «un cuore generoso», essere un uomo di misericordia e di carità. E carità non significa solo distribuire pane. Significa annunciare il Vangelo; ecco quindi che occorre un pastore. E significa servire «la comunità internazionale e l’ordine mondiale, promuovendo la giustizia e la pace»; ecco quindi che occorre un uomo con una vocazione universale e magari una preparazione diplomatica (o un bravo diplomatico al suo fianco). In ogni caso il Pontefice ignoto dovrà garantire la continuità con i predecessori, di cui Sodano ricorda le grandi encicliche: la Populorum Progressio di Paolo VI, la Dives in misericordia di Giovanni Paolo II, la Deus caritas est di Benedetto XVI. Le suore che lo ascoltano nelle prime file parlottano fitto e si sfidano nel decifrarlo: quando parla di carità si riferisce forse a Maradiaga, presidente della Caritas, quindi a un Papa latinoamericano? Quando evoca giustizia e pace alluderà a Turkson, che presiede l’omonimo consiglio, quindi a un Papa nero? Poi, mentre Sodano cita san Paolo e richiama all’unità della Chiesa, si sente nitido un tuono, che dissuade le religiose dall’inoltrarsi nella lettura dei segni. Il colpo d’occhio di San Pietro per la Missa pro Romano Pontifice eligendo è impressionante: le guardie svizzere, il coro della basilica, i cardinali con la mitria e i paramenti rosso e oro, i vescovi con la fascia paonazza, i gentiluomini in frac, le preghiere solenni pure in swahili e malayalam (lingua del Kerala, India), l’operatore cui cade la telecamera in un frastuono inquietante, e appunto le suore che al termine intonano l’Ave Regina a voce altissima, come per confortare gli elettori che in processione escono a due a due per avviarsi verso la Domus Sanctae Marthae e da qui alla Sistina. Ora i cardinali appaiono sollevati, Sodano e Ravasi passando tra i fedeli, accennano una benedizione, Ruini si aggiusta gli occhiali, Caffarra li ha tolti e traballa un po’, Bagnasco congiunge le lunghe mani da ritratto gotico, Maradiaga non ride volentieri come otto anni fa, O’- Malley è il solo a sorridere disteso, Scherer stringe la mani delle suore, felicissime. È un Conclave molto diverso da quello del 2005, e non solo perché mancano Lustiger, Martini, Biffi che a ogni scrutinio ebbe un voto (quello di Ratzinger) e oggi non è qui per motivi di salute, e ovviamente il Papa emerito. La Chiesa usciva rafforzata dalla morte di Wojtyla e dalla straordinaria reazione popolare; oggi è indebolita dalle dimissioni di Ratzinger e dalle divisioni che ne «deturpano il volto». Ma è il mondo intero a essere cambiato: il Conclave che scelse Benedetto XVI seguì di cinque mesi la trionfale rielezione di Bush, la grande crisi era di là da venire, e fuori dalle mura vaticane non c’era come oggi un Paese senza governo e tra poco senza capo dello Stato. I fedeli hanno fretta, chiedono pronostici a preti e a inviati della Cnn che ne sanno quanto loro, si danno appuntamento la sera per la prima fumata. Intanto seguono sui maxischermi il rito di inizio Conclave, cui le telecamere non tolgono fascino e mistero. Stavolta c’è anche Twitter, su cui Dolan — in questi giorni attivissimo: ha anche previsto la fumata bianca per giovedì mattina—prima dell’oscuramento posta una foto di Roma con tanti saluti agli amici rimasti a New York. È la litania dei santi a scandire la lenta marcia verso la Sistina: i cardinali invocano i martiri — «Sancte Stephane, Sancte Polycarpe, Sancte Hippolyte» —, i padri della Chiesa — «Sancte Ambrosi, Sancte Hyeronyme, Sancte Augustine, Sancti Cyrille et Methodi» — e le sante: «Sancta Paula, Sancta Sabina, Sancta Marcella, Sancta Teresia a Iesu…». L’emozione è grande, Giovanni Battista Re — decano del Conclave cui Sodano non partecipa—inciampa nel latino, prima dice «Pontefice» poi «Pontifice», Angelo Scola un po’ teso ripete due volte la parola «cardinale » nella formula—«spondeo, voveo ac iuro»— con cui ognuno promette, si impegna e giura di non raccontare nulla del Conclave; e il fatto che il giuramento sia ogni volta violato da qualcuno non rende meno solenne la scena degli elettori che pongono la mano destra sul Vangelo e pronunciano il latino nell’accento delle varie lingue della cristianità. Dopo Re e Bertone giurano i patriarchi delle chiese orientali, l’egiziano Antonios Naguib e il libanese Béchara Boutros Rai. Sfilano le avanguardie delle nuove frontiere, il cinese Hon John Tong, il cingalese Albert Ranjith, l’indiano Isaac Thottunkal, il più giovane, che però con la barba bianca e il copricapo nero dimostra più dei suoi 53 anni. Lehman avanza con le stampelle, Okogie in sedia a rotelle — ma si alza in piedi per giurare —, Ivan Dias con il bastone, e resterà seduto durante il canto del Veni creator spiritus. Sandri tenta di unirsi al coro ma è quasi afono. Erdö ha un vocione possente. All’«extra omnes » escono gli uomini della comunicazione vaticana — Vian, Lombardi, Scelzo —, padre Georg che ora è l’arcivescovo Gänswein, i cerimonieri. L’ultimo è Camaldo, bravissimo, in tutta la giornata non ha sbagliato un gesto. Poi il maestro delle celebrazioni Guido Marini si dirige verso la porta, fa cenno di aspettare al camerlengo Bertone che vorrebbe parlargli, e chiude fuori il mondo. Sulla piazza, respinto l’assalto delle Femen, i fede li scrutano il cielo ormai scuro in attesa della fumata, che sarà ovviamente nera. Eppure quel fumo cupo che alle 7 e 41 si alza dal camino della Sistina, accolto da un «oooh» di delusione, per quanto atteso lascia comunque un senso di inquietudine nella folla che se ne va nel buio sotto la pioggia, divisa tra la speranza di un Papa italiano, la suggestione di un latinoamericano (visto un gruppo di messicani con la foto di Robles Ortega), il sogno di riscatto dei filippini, ma accomunata dalla nostalgia per Ratzinger «scomparso al mondo» e dall’attesa per un Papa ancora sconosciuto, che apra una nuova stagione per la Chiesa.

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