Scontro tra magistrati per le accuse a Conso


Quando ha saputo dell’accusa mossa all’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso di aver mentito ai magistrati palermitani che indagano sulla cosiddetta trattativa fra Stato emafia, è rimasto «incredulo e preoccupato». Ci ha pensato un po’, poi ha deciso di diffondere un comunicato per affermare: «Conosco Conso solo per quanto ha fatto nelle sue attività di studioso, per l’esemplare rettitudine con cui ha interpretato, in momenti drammatici, i diversi ruoli istituzionali che gli sono stati assegnati ». Quanto basta per concludere che «queste caratteristiche testimoniate nel corso di una vita al servizio della Repubblica » gli sembrano «assolutamente inconciliabili tanto con la menzogna quanto con l’accettazione di compromessi dettati da una vera o presunta ragion di Stato». A parlare in questi termini non è un esponente politico, o un amico del novantenne Conso. È il procuratore aggiunto di Roma Nello Rossi, pubblico ministero come quelli che hanno inquisito l’ex ministro per «false dichiarazioni». Rossi è anche un leader storico di Magistratura democratica, la corrente di sinistra delle toghe, nelle cui file fu eletto al Csm, ed è stato segretario dell’Associazione nazionale dei magistrati. Persona non sospettabile di accondiscendenza verso il potere, insomma, titolare di inchieste delicate e importanti come quella sulla Ior. Che non ha esitato a criticare i suoi colleghi (alcuni anch’essi aderenti alla corrente di Md) con un’iniziativa inedita e per certi versi clamorosa. L’ha fatto per evitare, spiega, che «tacendo sui motivi di allarme e di dissenso generati da vicende giudiziarie in corso», nella sua categoria «rinasca lo spirito di corporazione del passato, contro il quale mi sono sempre battuto». Di certo è anomalo che un magistrato (peraltro con un ruolo di punta come Rossi) critichi le scelte investigative e processuali di altri magistrati a procedimenti in corso, «senza conoscere le carte», come si dice. In realtà di quell’indagine si sa tutto o quasi, perché i giornali hanno pubblicato ampi stralci di atti non più segreti; e di fronte all’ipotesi di ingerenza Rossi ricorda che «Magistratura democratica è nata proprio sulle ingerenze», cioè sul dissenso pubblico rispetto a iniziative giudiziarie giudicate sbagliate. Né lo preoccupano le possibili strumentalizzazioni della sua iniziativa, perché «altrimenti si resta prigionieri del silenzio», col rischio di avallare qualunque cosa. Ma al di là delle questioni di opportunità, l’intervento di Rossi è destinato a riaccendere divisioni e polemiche su un procedimento che ha messo il naso sui rapporti tra la mafia e la politica, dalle cui conclusioni s’è già dissociato uno dei pubblici ministeri titolari, e del quale il procuratore non ha voluto sottoscrivere l’atto finale. Tra gli inquisiti, per il reato di falsa testimonianza, c’è pure l’ex ministro dell’Interno ed ex vice-presidente del Csm Nicola Mancino, che ancora ieri ha rivendicato la propria correttezza. Agli atti dell’indagine ci sono alcune sue telefonate intercettate negli ultimi mesi, che potrebbero provocare ulteriori diatribe e imbarazzi. Tra i colloqui registrati ce ne sarebbero alcuni in cui Mancino avrebbe sollecitato gli uffici del Quirinale a prendere iniziative a seguito dei contrasti emersi tra le Procure di Palermo e Caltanissetta. Altre conversazioni ci furono con il procuratore generale della Cassazione dell’epoca, titolare dell’azione disciplinare verso imagistrati; lo stesso che, dopo le conclusioni dell’inchiesta-bis sulla strage di via D’Amelio che conteneva giudizi poco lusinghieri sui politici dell’epoca, tra cui Mancino, chiese a Caltanissetta gli atti per esercitare la propria «attività di vigilanza ». Suscitando, anche in quel caso, incredulità e preoccupazione.