Signore e signori, giù il cappello. Di fronte a una così, si può solo restare ammirati. Valentina Vezzali, dopo dodici stagioni, perde il titolo olimpico. Ma, a 38 anni suonati, lo fa conquistando un pesantissimo bronzo e con una dignità tale che è come se avesse trionfato lo stesso. Nella storia e nella leggenda c’era già. Adesso — all’ottava medaglia a cinque cerchi e a due mesi dalla morte di Edoardo Mangiarotti, una sorta di suo equivalente al maschile—è andata oltre. Non bastasse, con la prova a squadre di giovedì potrà superare il bottino di un altro mito, la concittadina Giovanna Trillini. Tre ori, un argento e un bronzo: Valentina, dal podio del fioretto individuale, non scende da Atlanta ’96. Il futuro E sentitela: «Finisce qui? Non è detto… Non mi piace lasciare le cose a metà. Resto concentrata sulla prossima gara, poi magari, insieme a mio marito Mimmo, penserò a regalare a Pietro un fratellino o una sorellina. Erano qui entrambi, avranno pianto insieme. Ma chissà. Magari a Rio ci sarò di nuovo». La faccia scavata e le scarpe rosse: l’abbraccio con mamma Enrica, dopo la finale per il terzo posto contro la sudcoreanaNamHyun Hee (replica di quella che a Pechino 2008 assegnò l’oro), è pieno di tante cose. E pensare che la signora, in mattinata, si era dimenticata i biglietti per entrare alla Excel Arena… «Avrei voluto confermarmi— dice Valentina—fare qualcosa che nessuna donna ha fatto. Ma alla fine va bene così, nemmeno nello sport esiste la perfezione. Anche perché sono alla quinta Olimpiade e ogni volta la pressione è maggiore. Ho qualche rammarico solo per la parte centrale della semifinale con la Errigo.Avrei dovuto lavorare più di gambe, lasciare che fosse lei a dettare i ritmi. Non ho messo a frutto l’esperienza. E in più, lo dico senza piangermi addosso, qualche decisione arbitrale m’è parsa discutibile». Portabandiera Valentina, nella finalina, disputata subito dopo la sconfitta con Arianna, ha compiuto l’ennesima impresa. Avanti 6-4, ha subito un filotto di sei punti consecutivi, trovandosi sotto 10-6. Fino al miracolo conclusivo. «Non è stato facile trovare subito nuove motivazioni — ammette —: il pubblico, in questo senso, mi è stato di grande aiuto. Pensando in prospettiva, posso dire che le sconfitte aiutano a crescere. E che nessuno venga a dirmi che ho mancato l’oro perché ho accettato di fare la portabandiera. Sono rimasta allo stadio meno di due ore. E se poi ho stentato ad addormentarmi, era per l’adrenalina pre-gara. Rappresentare l’Italia è stato un enorme onore. Soprattutto in questo momento difficile per il Paese». C’è anche una dedica: è per i terremotati dell’Emilia. «Mamma è reggiana di Quattro Castella, papà lo era di Budrio di Correggio: quanto prima metterò all’asta la divisa di questa gara e donerò il ricavato a favore di quella gente». Il maestro Anche il maestro Giulio Tomassini ha un pensiero particolare: è per la nipotina Mia. Lui e Valentina lavorano insieme dal 1989. Ora le loro strade, senza separarsi, si allontaneranno. Il tecnico andrà a lavorare ad Avignone, in Francia. Non troverà un’altra così.