La frenata americana fa tremare Wall Street


Uno scivolone della Borsa di Wall Street (ieri l’indice Dow Jones ha perso 279 punti, più del 2 per cento) ha dato un contorno fisico alla preoccupazione, diffusa da giorni sui mercati, per una ripresa americana che non riesce a decollare davvero e che, anzi, rischia di lasciare il campo a una nuova fase di stagnazione se non, addirittura, a una nuova recessione. Un ulteriore sintomo di debolezza è arrivato poi con il calo dei rendimenti dei titoli di Stato americani a dieci anni sotto il 3 per cento: un netto calo rispetto a febbraio quando erano al 3,77 per cento, segno tradizionale che il mercato prevede un’economia in frenata. Già un anno fa i mercati avevano perso quota davanti a una minaccia di «double dip» che però, poi, non si era materializzata. Nonostante la perdurante crisi occupazionale, il Pil aveva ripreso a crescere a ritmi sostenuti. La Borsa aveva così potuto mettere a segno un consistente recupero. Un mese fa i dati sul mercato del lavoro di aprile, migliori rispetto alle previsioni degli economisti, avevano diffuso un cauto ottimismo. Che negli ultimi giorni è stato, però, cancellato da una grandinata di numeri negativi: prima il Pil Usa che nel primo trimestre 2011 è cresciuto solo dell’ 1,8 per cento, poi i dati dell’indice Case-Shiller che certificano un’ulteriore, seria flessione dei valori del mercato immobiliare. E, ieri, le cifre dalla frenata della produzione in alcuni comparti del settore manifatturiero: quello che ha fin qui sostenuto la ripresa (agevolato, in questo, anche dalla debolezza del dollaro che aiuta l’export) e che aveva consentito di recuperare una parte dei posti di lavoro persi dai settori in maggior contrazione: le costruzioni e il pubblico impiego, sul quale pesano le gravi crisi fiscali degli Stati e del governo federale. Ora si attendono con comprensibile ansia i dati sull’andamento dell’occupazione a maggio. Ed economisti «liberal» che hanno fin qui chiesto inutilmente nuovi sostegni pubblici all’economia, come Robert Reich, già agitano di nuovo lo spettro di una seconda recessione. Non tutti questi numeri vanno, tuttavia, interpretati come segnali di un peggioramento della congiuntura destinato a durare. Nel settore dell’auto, ad esempio, la flessione registrata a maggio, la prima degli ultimi 18 mesi, è anche dovuta al terremoto giapponese che ha prodotto una scarsità di componenti che ha costretto le Case nipponiche (e in parte anche quelle Usa) a contrarre la produzione di alcuni modelli. Un quadro che prima o poi dovrebbe normalizzarsi. Ma è chiaro che la situazione si sta complicando. Alla luce dei dati degli ultimi giorni si comprende meglio la sortita di Barack Obama che al vertice del G-8, la settimana scorsa, aveva sorpreso gli altri leader affermando che la crisi greca e la debolezza dell’euro rischiano di «gelare» la fragile ripresa Usa.