Bloccati durante la grande crisi del 2008-2009, in significativa ma limitata ripresa nel biennio successivo, gli Ipo, i collocamenti di nuove aziende a Wall Street, dovevano vivere nel 2012 il loro pieno rilancio grazie anche alla quotazione di Facebook: la più attesa e invocata dal mercato e anche dai moltissimi fan di questo «social network». E invece, dopo il «flop» della «initial public offering» dell’azienda di Mark Zuckerberg, per gli Ipo è arrivata una stagione di vera e propria «gelata»: a giugno, un mese solitamente molto attivo su questo fronte, verranno quotate solo quattro nuove aziende. Negli anni scorsi in questo stesso periodo la media era stata di 29 collocamenti. Dopo il disastroso esordio di Facebook il 18 maggio scorso —un avvio delle contrattazioni falsato da gravi problemi tecnici che ora spingono la Sec a indagare sulle responsabilità del Nasdaq, il mercato tecnologico teatro della quotazione—almeno cinque aziende (da Kayak. com a Formula One) hanno rinviato la quotazione. Adesso gli analisti prevedono che complessivamente nel 2012 gli Ipo non saranno più di 106 (meno 40% sull’anno scorso). Prendersela solo con Facebook sarebbe sbagliato, oltre che ingeneroso. A raffreddare gli animi ci sono, infatti, almeno altri tre fattori. In primo luogo quelli macroeconomici — l’aggravamento della crisi europea e il peggioramento dei dati sull’occupazione negli Stati Uniti — che rendono il clima plumbeo e scoraggiano gli investitori. Secondo alcuni, poi, pesa anche una recente legge: il Jobs Act, un provvedimento varato dal Congresso all’inizio di aprile che, partendo dall’assunto (discutibile) che la finanza stia schiacciando le piccole imprese limitando le loro possibilità di sviluppo, aiuta le aziende a crescere e a ottenere credito anche senza assoggettarsi alle regole e ai controlli del mercato dei capitali. Fattori che hanno certamente pesato, ma fino al 18 maggio la previsione generale era quella di un grande ritorno degli Ipo trainati da quello della grande rete sociale. Si temeva, semmai, il manifestarsi di una nuova bolla tecnologica alimentata dall’eccessivo ottimismo e destinata, prima o poi, a scoppiare. Tutto è cambiato quel venerdì di un mese fa. Prima l’euforia alla cerimonia dell’«opening bell», l’apertura delle contrattazioni. Poi un avvio convulso, il sistema elettronico del Nasdaq che va in tilt per ore. Decine di migliaia di ordini di acquisto e vendita non vengono eseguiti. Quando il sistema torna a funzionare, il valore del titolo sale brevemente sopra il prezzo di emissione (38 dollari), poi comincia inesorabilmente a calare. La discesa diventerà crollo nei giorni successivi, fino ad arrivare a un minimo di 25 dollari. Quindi la lenta risalita col titolo Facebook che, comunque, ancora oggi, veleggia intorno ai 33 dollari: meno 15 per cento, circa, rispetto al prezzo del collocamento. Una vicenda che ha lasciato il segno: un sondaggio indica che per il 46 per cento degli operatori il caso Facebook peserà per almeno sei mesi sul mercato degli Ipo, mentre un altro 39 per cento è convinto che l’impatto si farà sentire molto più a lungo: almeno due anni. Facebook, che ha gestito l’operazione con troppa faciloneria, si lecca le ferite. Morgan Stanley e le altre banche che hanno condotto il collocamento, incassano laute provvigioni e respingono le accuse: in realtà subiscono anche loro un danno di immagine per aver mal consigliato l’azienda californiana ed aver esposto Zuckerberg a una figuraccia, ma non verranno chiamate a rispondere di nulla. Il pasticcio più grosso è quello combinato dal Nasdaq ed è su questo che si sofferma ora l’attenzione del Congresso, che vuole aprire un’inchiesta, e della Sec, la Consob americana: quel giorno maledetto il Nasdaq parlò di guasti ai computer e di errori tecnici. Ma la Commissione guidata da Mary Schapiro sospetta che ci sia stato ben altro: un’operazione enorme e di grande complessità preparata in modo inadeguato, senza fare test preventivi. L’indagine dovrà chiarire anche se c’è stata violazione delle norme quando sono stati riscritti i codici dei computer per riattivare le transazioni e cercherà di verificare perché il Nasdaq ha risposto con grande ritardo alle chiamate delle autorità del mercato.