«Per due volte, nel XX secolo, la Germania con mezzi militari ha distrutto se stessa e l’ordine europeo. Poi ha convinto l’Occidente di averne tratto le giuste lezioni: solo abbracciando pienamente l’integrazione d’Europa, abbiamo conquistato il consenso alla nostra riunificazione. Sarebbe una tragica ironia se la Germania unita, con mezzi pacifici e le migliori intenzioni, causasse la distruzione dell’ordine europeo una terza volta. Eppure il rischio è proprio questo». Con queste parole, Joschka Fischer ex ministro degli esteri del Governo di Gerhard Schröder, sembra suonare il de profundis alle insistenze tedesche per una disciplina di bilancio che, portata in un momento di grave crisi economica con eccessiva durezza, rischia di far saltare l’intera architettura dell’Europa, oltre che far sprofondare il vecchio continente in un periodo di grandi tensioni sociali di si vedono in primi assaggi in Grecia. In un’Europa fortemente polarizzata, per esempio sugli eurobond, con Francia, Italia e Spagna da un lato e sostanzialmente il mondo tedesco – Germania Olanda e Austria – dall’altro, sarebbe interessante capire cosa succederebbe se, piuttosto che verso un’Europa senza Grecia, non si stia andando in direzione di un’Europa senza Germania. Un’ipotesi fanta-politica, ma che non manca di interessati e analisti che la stanno considerando. Gli studi Italiani con presenza in Germania o che operano sul mercato tedesco e italiano non sono pochi e grazie alla crescita continua degli ultimi anni dei rapporti commerciali e di business tra i due Paesi hanno sviluppato un business importante a fianco delle imprese e degli investitori. Analizzando il business tra i due Paesi infatti, è possibile rilevare che oltre alle grandi aziende tedesche o italiane storicamente internazionalizzate sono cresciuti i rapporti di business nel settore della media impresa e anche delle Pmi che sempre più spesso si trovano a dover presidiare i due mercati. Solo per dare un numero nel 2012 risultano essere 1.800 le imprese tedesche partecipate da investitori italiani e 1.400 quelle italiane a controllo tedesco. Tra i settori più interessanti c’è quello delle rinnovabili, dove le aziende tedesche, grazie a tecnologie e prodotti di grande qualità, giocano un ruolo di leadership internazionale. In Italia operano sia fondi di investimento nel settore delle rinnovabili sia ovviamente produttori di componenti e Epc. Seppure troppo spesso scoraggiate dal caos normativo che solo il Bel Paese riesce a generare, il sole italiano continua a far gola alle tecnologiche aziende tedesche. Tra gli studi attivi sui due versanti delle alpi, Cba Studio Legale e Tributario che da anni opera con una sede a Monaco di Baviera, un team di una decina di professionisti e un fatturato che si stima superiore ai 2,4 milioni di euro. Tra gli studi tedeschi in Italia si possono elencare Roedl & Partners – in realtà una società di consulenza e revisione con un forte dipartimento legale operativo sia in Germania sia in Italia – Derra Mayer, Reiß& Collegen o gli studi italiani con una o più sedi in Germania come Raifen Alberini, Donà Viscardini, Barba & Partner, Dolce Lauda, lo Studio Legale Massari e lo Studio Sabine Feller. In una ipotesi estrema e poco realistica come quella dell’uscita della Germania dall’euro, si assisterebbe probabilmente a un ritorno al Marco – forte – da un lato e alla presenza di un Euro – meno forte – dall’altro. Questo per i soggetti che crescono sull’asse italo-tededesco, si tradurrebbe da prima in uno sbilanciamento dei rapporti di forza tra i fatturati degli uffici tedeschi rispetto a quelli italiani per effetto del cambio, con l’aumento del peso delle sedi tedesche degli studi a discapito di quelle Italiane. In un lasso di tempo relativamente breve però si assisterebbe a una inevitabile riduzione del business transfrontaliero tra i due blocchi che renderebbe quindi molto meno strategico presidiare le due parti della frontiera rendendo più labili le ragioni dell’operare congiunti. Nel dettaglio è possibile ipotizzare che le attività per le quali permarrebbe un certo interesse per un lasso di tempo più lungo potrebbero essere quelle legate alle attività contenziosa, mentre le più sensibili sarebbero probabilmente quelle collegate alla assistenza stragiudiziale, di fatto però l’attuale flusso di lavoro che ha consentito il fiorire di questi soggetti verrebbe probabilmente meno. Le parole di Fischer lasciano presagire che la Germania stia attentamente ripensando ad alcune delle proprie posizioni più rigide se non altro per evitare proprio una rottura che probabilmente, a medio termine porterebbe proprio tra il Reno e l’Elba le peggiori conseguenze.