Ormai se ne è convinto anche lui, come tutti nel suo entourage: «Si finirà per votare ad ottobre». E non solo perché sono in tanti a volerlo, nel suo partito come nel Pd, come a Silvio Berlusconi risulta da contatti informali tenuti in questi giorni. Ma perché — riflette l’ex premier — è la forza delle cose a spingere in questa direzione. Anche Mario Monti, dicono nel Pdl, sarebbe preoccupato per la china che stanno prendendo gli eventi, per lo sbrindellarsi quotidiano di una maggioranza sempre più in difficoltà e in attesa di «novità decisive» dal vertice di fine giugno che potrebbero, uniche, raddrizzare il piano inclinato che sta facendo scivolare la legislatura verso la fine anticipata. Se le cose stanno così, si capisce come il Cavaliere sia ormai con la testa a una campagna elettorale che potrebbe essere imminente, e stia mettendo a punto lemosse per salvare il salvabile, se non per risalire una china mai tanto bassa come nelle ultime settimane. A chi lo va a trovare confessa la «grande difficoltà» di dover agire in un partito nel quale, se si è mai riconosciuto, oggi davvero non si ritrova più, a tutti dice di essere «stanco», indisponibile a giocare da assoluto protagonista. Ma — giurano i fedelissimi—immaginarlo distaccato e disinteressato alle sorti del centrodestra in vista delle elezioni sarebbe un errore gravissimo. Perché, al contrario, Berlusconi le idee chiare ormai le ha. L’articolo choc di Vittorio Feltri nel quale gli si chiedeva di fare piazza pulita del gruppo dirigente che gli mette piombo sulle ali, di mandare tutti a casa e ricominciare dai giovani, con lo spirito del ’94, lo ha condiviso e parecchio. Pur non essendo lui «un uomo capace di licenziare nessuno », come continuano a dipingerlo tutti, l’idea di un nuovo inizio è l’unica che lo convince, e hanno dovuto faticare non poco i vertici del Pdl — anche minacciando autorevoli dimissioni — per fargli smentire intenzioni bellicose e prendere le distanze dai suggerimenti del direttore editoriale del Giornale. Ma la sua idea ormai è nota a più d’uno nel partito, e terrorizza un’intera classe dirigente: c’è necessità di una creatura nuova, che si ispiri a quella che fu Forza Italia delle origini, che raccolga il meglio della società civile e della dirigenza giovane, che magari si chiami proprio Forza Italia o qualcosa di simile, e che sia aperta — questa l’ultima novità — solo agli under 45. Un listone civico, un movimento e non un partito strutturato che sarebbe ispirato, «allenato», di fatto guidato da lui visto che «la realtà è che continuo ad essere io quello che prende più voti… », e che secondo i calcoli che ha fatto commissionare potrebbe aspirare addirittura «al 29-30%». Accanto a questa «grande novità politica» potrebbe continuare a esistere un Pdl ridotto però a una sorta di bad company, un partito che ancora conquisterebbe «il 10-15% dei consensi», e che assieme ad altre liste e listarelle civiche andrebbe a coprire una estesa fascia di mercato elettorale, anche senza alleanze elettorali con Casini o Montezemolo alle quali Berlusconi non crede: «Non si metteranno mai con noi—il suo ragionamento— non possiamo contare su di loro ». Peccato però che le idee alle quali sta lavorando il Cavaliere terrorizzino il partito. Alfano ieri gliel’ha detto chiaro e a brutto muso, in un pranzo riservato: così non si va avanti, salta tutto, basta con questa idea di un listone che fa riferimento a te, sappi che il partito è con me. Parole che hanno portato il Cavaliere a rassicurare, sminuire l’iniziativa, frenare: «Ma si tratta solo di liste civiche, niente di più, il Pdl resta centrale». E Alfano ha detto in pubblico come la pensa: «Ok a liste civiche aggiuntive, no a uno spezzatino che ci farebbe perdere. Lo penso io e lo pensa Berlusconi». Lo pensa la gran parte del Pdl, al quale ha dato voce Renato Schifani chiedendo a Berlusconi di rinunciare a seduzioni «grilline » e di collaborare con Alfano nel rilancio di un partito rinnovato, svecchiato ma unito e affidato alla guida dell’attuale segretario al quale va data «autonomia». È l’ultimo tentativo di tenere insieme quello che inevitabilmente andrebbe in pezzi se Berlusconi lanciasse davvero una sua creatura nella quale troppi troverebbero le porte sbarrate. «Se si pensa a liste con il nome di Berlusconi diverse da quella del Pdl è chiaro che ciascuno si organizzerebbe a modo proprio», dice Maurizio Gasparri a conferma che gli ex an restano fermi nel progetto unitario finché c’è, ma hanno pronta una via d’uscita qualora tutto salti. E le cene frenetiche degli ultimi giorni dimostrano che tutti sono alla ricerca di un approdo difficilissimo da individuare dopo la chiusura quasi sprezzante di Montezemolo e il continuo frenare di Casini. La parola torna dunque a Berlusconi, atteso alla decisione cruciale e definitiva: il tempo stringe, le risposte dovranno arrivare nel giro di giorni, se non di ore