La presunta trattativa tra la mafia e pezzi di Stato tra il 1992 e il 1994 — su cui la Procura di Palermo ha indagato per quattro anni, chiamando in causa, tra gli altri, per falsa testimonianza, l’ex ministro dell’Interno ed ex presidente del Senato Nicola Mancino — continua a suscitare polemiche incrociate nel mondo politico. Dopo che sul Fatto Quotidiano si è adombrata una possibile azione di moral dissuasion da parte del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sui magistrati. In risposta a pressanti telefonate dello stesso Mancino che chiedeva di non essere lasciato solo. Dopo la smentita indignata del Colle («Illazioni irresponsabili e risibili»), che precisa di aver scritto al pg della Cassazione solo «per coordinare le indagini» e non per esercitare pressioni indebite, ieri il leader Idv Antonio Di Pietro è tornato ad attaccare con veemenza il Capo dello Stato: «Qui di irresponsabile c’è soltanto la convinzione che per qualcuno la legge sia più uguale che per gli altri, come se i fatti documentati si potessero liquidare senza risposta» scrive l’ex pm sul suo blog. «Purtroppo la triste conferma ci arriva dallo staff del Colle. Era nel ruolo di Napolitano scrivere al pg della Cassazione per chiedere di intervenire sulla questione? I cittadini devono sapere se settori dello Stato hanno operato e collaborato con la mafia e nessuno, dico nessuno, può ostacolare questa ricerca». Reagisce con sdegno Enrico Letta, vicesegretario del Pd che parla di «intollerabile campagna denigratoria contro Napolitano ». E aggiunge: «L’Italia ha bisogno di responsabilità e impegno, non di denigrazione e falsità». La conclusione più immediata è questa: «Con l’attacco volgare e insultante di oggi Antonio Di Pietro ha compiuto il salto di qualità finale, in folle competizione con Grillo a chi la spara più grossa. L’unico risultato concreto che ottiene è tagliare definitivamente l’ultimo ormeggio che lo teneva legato al Pd». Avete frainteso, sostiene Antonio Borghesi, vicepresidente Idv alla Camera: «Dal presidente Di Pietro non c’è stato alcun attacco al Capo dello Stato. La richiesta di trasparenza non va considerata attacco alla democrazia, anzi, è esattamente un appello al rispetto della stessa e delle istituzioni ». Per Andrea Orlando, del Pd, invece c’era la precisa volontà di «gettare ombre ingiustificate su chi ha svolto e svolge un ruolo estremamente delicato: attribuire comportamenti a Napolitano estranei al suo ruolo istituzionale, o addirittura finalizzati a impedire l’accertamento della verità, ci pare da parte di Di Pietro un modo irresponsabile di alimentare il dibattito politico». Punti di vista. «Possibile che qualsiasi riflessione agli occhi del Pd debba apparire come una minaccia all’equilibrio istituzionale?» si interroga il senatore Idv Stefano Pedica. «Pensare ed esprimersi liberamente è diventato un delitto? ». Dal Pdl intervieneMaurizio Gasparri, che rimprovera Di Pietro: «Prima di interrogarci sulle lettere di oggi, dico a chi come lui ha taciuto in tutti questi mesi, cerchiamo di mettere in luce le evidenti colpe di chi nel ’93-’94 cancellò il carcere duro per i mafiosi». Ma poi invita il Colle a farsi parte attiva: «La trattativa ci fu e chi sa deve parlare. Il Quirinale scriva un’altra lettera, invitando i protagonisti a dire cosa fecero e perché. Vogliamo sapere e non staremo zitti ». Si fanno sentire i familiari delle vittime di via dei Georgofili: «Vorremmo anche noi avere avuto in quel 1993 la possibilità di parlare con il Capo dello Stato di allora, perché intervenisse verso quelle istituzioni che elargivano benefici ai mafiosi detenuti».