Un «piano Marshall» per sostenere i Paesi arabi che si ribellano alla tirannia. Definizione pomposa per un frastagliato progetto di aiuti— 15 miliardi di dollari, tra incentivi e riduzioni del debito— per ora limitato a Tunisia ed Egitto, le nazioni dove la «primavera araba» è sbocciata per prima e ha avuto un impatto maggiore. Ma è questo il cuore del G8 francese di Deauville: il tema discusso ieri a cena dai grandi dell’Occidente, accolti in questa località balneare della Normandia da un cielo plumbeo e gonfio di vento. Oggi il piano verrà ufficializzato nella riunione conclusiva del vertice: oltre ai 2 miliardi già stanziati dagli Usa e a una cifra di poco inferiore messa a disposizione dalla Ue, la Banca mondiale — rappresentata qui dal suo presidente, l’americano Robert Zoellick — metterà sul tavolo circa 6 miliardi. Washington preme anche sul Fondo monetario (in questo momento anch’esso guidato da un «facente funzioni» americano in attesa della nomina del successore di Strauss-Kahn) perché faccia la sua parte. L’enfasi è pari al grosso investimento fatto dagli Usa e dall’Europa nelle rivolte nordafricane e mediorientali. Investimento politico che in Libia è diventato anche militare. Così Deauville diventa il momento solenne del lancio del terzo storico intervento dell’Occidente dalla fine della Seconda guerra mondiale: prima la ricostruzione post bellica dell’Europa; poi la ricostruzione delle economie dell’Est dopo la caduta del Muro di Berlino; ora la rinascita delle economie arabe schiacciate da dittature burocratiche. Impegno importante, dall’esito incerto (i soldi non sono moltissimi né tutti certi e non è ben chiaro come verranno utilizzati e da chi), ma comunque sufficiente a caratterizzare uno di quei vertici che spesso appaiono, all’opinione pubblica, passerelle inconcludenti. In realtà il G8 serve più a discutere e sincronizzare le posizioni che a produrre grandi novità. Così anche quest’anno, al di là del piano per i Paesi arabi, i temi ufficiali di discussione — la lenta ripresa dopo la Grande recessione, le politiche per l’ambiente, la sicurezza nucleare, l’economia di Internet col debutto incravattato del «nerd» di Facebook, Mark Zuckerberg — sono stati messi un po’ in ombra da tre questioni che, ufficialmente, non figurano nell’agenda dei lavori: la scelta del nuovo capo dell’Fmi, il destino del dittatore libico Gheddafi, il rapporto Usa-Russia, più costruttivo rispetto al passato, ma ancora tormentato dalla questione delle future difese antimissile Usa da dispiegare nell’Europa centrale. Prima di discutere coi suoi colleghi a pranzo di dollaro ed euro e a cena di primavera araba, Barack Obama ha avuto un lungo incontro bilaterale (oltre 90 minuti) col presidente russo Dmitri Medvedev. Alla fine i due hanno cercato di fugare la sensazione di un riemergere delle tensioni tra i due Paesi dopo il periodo di concordia seguito all’accordo Start. Ma l’enfasi sui rapporti personali estremamente cordiali tra i due presidenti non è riuscita a mascherare la perdurante diffidenza di Mosca sulla questione dei missili. In un briefing alla stampa i consiglieri di Obama, Ben Rhodes e Mike McFaul hanno ammesso che questi timori (che giudicano infondati) rimangono. Ma hanno anche affermato che sulla questione libica il presidente americano ha trovato un Medvedev molto più comprensivo delle ragioni dell’intervento occidentale di quanto non avesse immaginato, alla luce di dichiarazioni precedenti. Al punto che Obama ha promesso di consultare con più continuità Mosca sulla questione libica e ha chiesto a Medvedev— capo di un’amministrazione che ha legami profondi a Tripoli e in tutto il Nord Africa — di contribuire a un superamento dell’attuale situazione di impasse (leggi: spingere Gheddafi verso l’uscita). Un’apertura sorprendente, vista l’irritazione russa per l’attacco Nato. Ma anche un’ammissione di difficoltà e un’apertura a un maggior ruolo di Mosca.