Tartassata per quasi un decennio dal Bruxelles per abuso di posizione dominante, costretta a pagare multe miliardarie, Microsoft, che ormai non domina più ma è sempre molto ricca, ricorre alla stessa autorità chiedendo protezione contro Google, il nuovo «padrone» del mercato. La disputa tra le due società va avanti da anni e anche il ricorso all’Antitrust europeo (nella speranza che una sua sentenza di condanna metta in moto anche l’ «authority» americana) non è una novità: un’istruttoria contro Google era stata già aperta quattro mesi fa sulla base dell’esposto di vari operatori Ue, compreso un sito di proprietà di Microsoft. Allora la società di Mountain View riconobbe che alcuni suoi comportamenti potevano essere discutibili e a fornire garanzie di trasparenza sul suo motore di ricerca. A gennaio, così, l’istruttoria era stata chiusa. Stavolta, però, a scendere in campo è stata direttamente Microsoft con una denuncia del vicepresidente Brad Smith il cui oggetto va molto oltre le ricerche su Internet: l’Antitrust europeo è chiamato a giudicare una materia più vasta che va dall’accessibilità dei video di YouTube alle barriere tecnologiche al funzionamento dei terminali mobili «intelligenti» . In sostanza Microsoft, che per compensare il declino del mercato delle licenze dei sistemi operativi sta cercando di rafforzarsi nel «search» col suo motore Bing e di ampliare la presenza nel mercato della comunicazione mobile attraverso l’alleanza con Nokia, lamenta boicottaggi di Google a vari livelli: ad esempio i telefonini basati sul sistema operativo Windows 7 di Microsoft non riescono ad avere lo stesso accesso ai filmati di You-Tube garantito a chi ha un cellulare col sistema Android di Google. Il ricorso, destinato a sfociare in un’altra lunga istruttoria, contiene raffiche di accuse che investono anche i meccanismi di raccolta pubblicitaria e i limiti di accesso alle informazioni imposti anche agli inserzionisti. Pacata la reazione di Google: «Ce l’aspettavamo, dimostreremo le nostre buone intenzioni, spiegheremo come funziona il nostro business» . Al di là dell’ironia di una vicenda nella quale l’ex monopolista scavalcato gioca la partita dell’ «outsider» , il caso è una spia della rapidità con la quale l’evoluzione tecnologica trasforma il settore, sconvolge i rapporti di forza tra i protagonisti e rende necessaria una chiara regolamentazione. Quello dell’ «information technology» è di certo uno dei settori più creativi: non va appesantito con scafandri che ne possano condizionare lo sviluppo. Ma lo stesso comportamento dei principali operatori del settore — personaggi per altri versi «orientati al bene» e con la fama di grandi filantropi — dimostra che delle regole non si può fare a meno, visto che tutti ammettono di averle violate e tutti chiedono protezione delle «authority» dagli abusi altrui. Più ancora di una Microsoft alla ricerca della riscossa, in questa vicenda il protagonista è proprio Google che su un palcoscenico è la giovane società di Page e Brin che ha sconfitto il Golia Bill Gates, mentre sull’altro appare una compagnia che, con una storia poco più che decennale, sembra già invecchiata. Una società che mena fendenti a vuoto contro i nuovi rivali di Facebook, dominatori assoluti del nuovo e promettente mercato dei «social network» nel quale il gruppo di Mountain View ha tentato di entrare invano l’anno scorso con la sua rete Buzz: un naufragio corredato anche dall’accusa di aver commesso una serie di abusi nei confronti degli utenti della propria rete. Colta sul fatto dalla FTC, l’ «authority» di controllo americana, Google ha fatto «mea culpa» ed ha accettato di modificare in modo sostanziale le regole interne, tutelando meglio i suoi utenti. E ora tentata di nuovo di dare l’assalto a Facebook introducendo una funzione chiamata «+1» con la quale esprimere gradimento e raccomandare certi risultati delle ricerche in rete agli altri «amici» (un meccanismo simile al tasto «like» ). Basterà per garantire lo sbarco nella «terra promessa» delle reti sociali a una Google che quest’anno ha incassato 29 miliardi di dollari di pubblicità con il motore di ricerca, ma che teme il declino di questo mercato? Molti pensano che il problema sia più profondo e Larry Page, che da lunedì prenderà le redini della società, vuole tornare a farla funzionare come una «start up».

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