I prezzi del petrolio continuano a fluttuare. E il prezzo del carburante scende vertiginosamente.

Già da agosto è cominciata una sorta di altalena che coinvolge direttamente il petrolio. I prezzi, dalla settimana dopo Ferragosto, hanno subito variazioni estreme, con impennate al rialzo e crolli come non se ne vedevano da tempo. Dal 15 del mese scorso il prezzo del petrolio era inizialmente sceso del 10% per poi risalire di botto. Ed ora un nuovo calo improvviso, stavolta dell’8%, sul valore dell’oro nero, che scende sotto i 50 dollari al barile.

Una prima responsabilità è stata attribuita alla Cina, che ad agosto ha visto il suo settore manifatturiero ai minimi storici. E naturalmente ciò si è tradotto in un minor utilizzo di petrolio, cosa che, considerando che la Cina è il maggior consumatore mondiale, si è tradotta in un disastro per il prezzo dei barili. In relazione ai recenti sviluppi, invece, si parla di taglio delle stime ufficiali sulla produzione di petrolio statunitense.

L’OPEC sta già cercando di correre ai ripari, per provare ad arginare la costante discesa dei valori petroliferi. Si parla di prendere contatti con i paesi esportatori per provare a raggiungere “un prezzo equo e ragionevole“. E pare che, dopo queste dichiarazioni, il prezzo sia virato leggermente al rialzo.

Risulta ancora attuale, però, lo scenario classico in cui l’offerta supera notevolmente la domanda, con barili che si accumulano invenduti e che non trovano un numero sufficiente di acquirenti per poter essere smaltiti. Ma che significati ha tutto questo nella pratica?

Quelli che vedono solo il lato positivo naturalmente sono i consumatori, che possono accaparrarsi il carburante a prezzi competitivi. Sono in forte calo i prezzi della benzina, seguiti, in maniera leggermente meno esagerata, da quelli del diesel. Si è raggiunta la cifra di 1,22 euro al litro ber la prima e di 1,11 euro al litro per il secondo. E, secondo gli esperti, la tendenza continuerà ancora per un po’, per la gioia degli acquirenti.

Ne approfittano anche le navi petrolifere, che preferiscono fare il “giro lungo”, piuttosto che accorciare per il canale di Suez. Passando sotto al capo di buona speranza, preferiscono costeggiare l’Africa, allungando di 6400 km, per provare a vendere la merce al miglior offerente. Una mossa, questa, resa possibile solo dal crollo dei prezzi del carburante.

 

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