ORA, NON È che tutta questa attenzione dei media per Facebook sia al di sopra di ogni sospetto: l’azienda probabilmente andrà in Borsa nella seconda parte dell’anno prossimo, e per allora essere hot non sarà soltanto un complimento, ma anche un prerequisito per una valutazione che raggiunga i cento (100!) miliardi di dollari. Cento miliardi per un’azienda che ha 600 milioni di utenti, un paio di miliardi di dollari nel 2011 di fatturato, e soltanto quattro mila dipendenti (il che significa una redditività di mezzo milione di dollari per dipendente, cioè il 20 per cento più di Apple, tanto per dire. Ma il miracolo avviene quando si confrontano gli altri dati: ogni nuovo utente apporta soltanto 3 dollari in termini di fatturato, ma quasi 200 dollari in termini di valutazione dell’azienda sul mercato finanziario). Proliferano i siti che paragonano Facebook ad un impero e la sua per vasività sul Web ad una colonizzazione. Infatti, in un’economia di mercato, ciò che dovrei fare, se sono insoddisfatto di Facebook, è semplicemente passare alla concorrenza. Ma, come ha scritto recentemente il “Wa l l Street Journal” questo con Facebook è di fatto impossibile. Perché non soltanto i miei amici sono su Facebook, ma anche tutta la mia storia. Insomma, l’i m p re s – sione è quella di essere confinati, con o contro la nostra volontà, nella prigione dorata di Facebook. E non è finita qui. C’è la questione della privacy dei dati scambiati tra l’utente e Facebook. E’ sempre stato il tallone d’A ch ille di Mark Zuckerberg, il quale non è mai riuscito a convincere completamente la blog-sfera che i suoi server sono altrettanto sigillati come i conti bancari svizzeri. E infatti ogni mese 600 mila dati “scappano” via, colpa degli hacker. L’affermazione poi di Randi Zuckerberg, la sorella di Mark (già direttore del marketing di Facebook), che «l’anonimato non è per Internet», ha insospettito parecchi sulle reali intenzioni della società e ha provocato la nascita di una start-up, 4chan, che sostiene che l’identità appartiene all’utente, non al social media. Prendiamo poi l’interfaccia. L’interfaccia è una componente di Facebook, nel senso che è l’espressione visibile di Facebook. Ma quello che poi si vede – letteralmente – è la mia, di faccia. Così, quando Facebook decide di modificare l’interfaccia – come infatti è successo a settembre – non è proprio come la Coca Cola che cambia il design della lattina. Lo scopo è lo stesso, immagine e marketing, ma gli effetti impattano su di me, sulla mia auto-percezione, oltre naturalmente sulla percezione che gli altri hanno di me. Insomma, ci dovrebbe essere un modo per cui Facebook mi coinvolge nella decisione sull’interfaccia. Ma ovviamente non c’è. Pur apportando un contributo alla valutazione del social media di 200 dollari, in quanto utente non ho alcun diritto. Ecco perché è scoppiata la rivolta. L’anno scorso il “New York Ti m e s ” parlò di Diaspora, la start-up composta da ex utenti di Facebook che – appunto – si separava dal social media. Ma ora abbiamo addirittura un venture capital che finanzia (2 milioni e mezzo di mezzo di dollari) Unthink, un’azienda di Tampa che promuove l’emancipazione degli utenti di Facebook. In particolare, la missione di Unthink è quello di bloccare la stravagante abitudine di Facebook di cambiare i termini del servizio unilateralmente, senza preavviso, e soprattutto troppo di frequente. Ci sono poi i siti come Facebook Haters – quelli che odiano Facebook – che superano facilmente il milione di utenti ciascuno, proclamano l’emancipazione da Facebook e guidano l’opposizione. Sono, diciamo così, la versione digitale dei «we are the 99 percent»; protestano perché siano riconosciuti i diritti di quel 99 per cento di utenti che garantiscono il benessere all’1 percento, cioè i dipendenti e proprietari di Facebook.

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