Era il 12 maggio 1995, quando Mia Martini, una delle più grandi interpreti della storia della musica italiana, mise fine alla propria vita in modo tragico a soli 47 anni.

Interprete amata e stimata dalla gente, meno dai colleghi del mondo della musica, quel mondo apparentemente incantato, dove tutti i vizi e le virtù degli esseri sono ben rappresentati nella debolezza dell’invidia e della lotta gli uni contro gli altri per emergere a discapito del prossimo.

Il crogiolarsi nei pensieri cupi, il disincanto per l’amore dopo il controverso fallimento della relazione con il cantautore Ivano Fossati, il grande amore di Mimì, quel suo isolarsi dal resto del mondo che poco ha fatto per farla sentire confortata e poi ipocritamente ne ha rimpianto le gesta, quando Mimì non c’era più.

Il successo di Almeno tu nell’universo le ha restituito quanto gli aveva tolto il  mondo della musica, al quale aveva dato tanto ma poco aveva ricevuto. Paradossalmente proprio quando Mia Martini se n’è andata via, l’Italico paese dalla memoria corta, ha compreso il patrimonio di talento racchiuso nella sua voce graffiante ed espressiva che rapiva la scena e la travolgeva in un turbiniò di emozioni.

Nella canzone che De Gregori le dedicò è contenuta una frase che recita: “Dentro al mio cuore di muro e metallo, dentro la mia cassaforte, dentro la mia collezione di amori con le gambe corte,
ed ognuno c’ha un numero e sopra ognuno una croce,
ma va bene lo stesso, va bene così. Chiamatemi Mimì…”.

Un testo che forse paradossalmente avrebbe rivelato il triste epilogo della breve vita di Mimì, l’usignolo che un giorno di primavera la croce decise di portarla addosso.

 

 

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