E’ arrivato Maggio, e nei nostri ricordi postadolescenziali riecheggia ancora l’eco della musica primaverile che anticipava l’estate. Era il Festivalbar il luogo deputato ad anticipare i tormentoni che avrebbero fatto da colonna sonora ai nostri bagni al mare, alle serate in discoteca, alle notti insonni per il troppo caldo e le zanzare, agli amorazzi che duravano dalla fine della scuola a ferragosto.  Le case discografiche programmavano a maggio il loro piano di battaglia all’assalto della hit-parade. Si affacciavano i nuovi volti della musica che si affiancavano agli artisti sempre-verdi, che in un modo o nell’altro griffavano la nostra estate con qualche traccia musicale, alla quale avremmo poi legato il ricordo di un bacio, di una notte di passione, di qualche amico nuovo al lido che avrebbe fatto ritorno a casa quando la noia dell’autunno avrebbe ripreso il sopravvento.

Era una  carovana viaggiante che portava la musica estiva in ogni dove, riempiva le piazze  della nostra penisola da maggio a luglio, fino ad arrivare alla sospirata finale dell’Arena di Verona che preludeva alla fine della corsa di un’estate magica che non sarebbe tornata più. Vittorio Salvetti prima e poi  il figlio Andrea dal 1964 al 2007 ci hanno regalato con il Festivalbar le colonne sonore più belle della nostra vita. E riemergono istantanee leggendarie e intramontabili di “musica” vissuta. La danza robotizzata di Alberto Camerini, la cresta bionda di Spagna, Vasco e le sue “bollicine”, le movenze sconclusionate dei Righeira, gli occhiali da sole di Enrico Ruggeri, la potenza vocale di Giuni Russo. E poi ancora Ramazzotti, Valeria Rossi con le sue tre parole, Robin Gibb che cantava Juliet (la sigla iniziale in una edizione del festivalbar), il ritmo e la tastiera elettronica a tracolla di Sandy Marton, la sensualità di Tracy Spencer e Samantha Fox. I seni al vento di Sabrina SalernoBattiato col suo naso inarcato che agitava la sua “bandiera bianca” che sventola sul ponte, Raf e il suo inglese “arrangiato” di Self Control, gli Alphaville che ci promettevano che saremmo rimasti per sempre giovani con la loro “forever young” sapendo di raccontarci una dannata bugia.

Tutti rigorosamente in playback ma tutti sempre impeccabili nei loro look stravaganti che ci preannunciavano il mistero di un’estate che, chissà, cosa ci avrebbe riservato.

Forse questi talent-show ci hanno rubato quel mese di maggio, ci hanno rubato quelle emozioni, quelle sensazioni frizzanti che solo il calore del sole estivo ci sa regalare. O semplicemente ci hanno rubato il Festivalbar. Quel giovedi sera e la sua estate a tutto volume che qualcuno ha spento. Ma quelle note al sapore di sole, nella nostra memoria, continuano ancora a scaldarci.

 

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