Passerà alla storia come l’omelìa della “discordia” quella pronunciata da Papa Bergoglio, durante la messa degli Armeni svoltasi domenica mattina e che ha comportato la gravissima decisione dello stato turco di ritirare il proprio ambasciatore dallo stato Vaticano, interrompendo le relazioni diplomatiche con la Santa Sede.

Nel discorso di commemorazione per i fatti del 1915 passati alla storia come il “genocidio degli armeni” uno dei più sanguinosi eventi di pulizia etnica operati dall’impero ottomano, il Papa aveva mostrato la piena solidarietà al popolo armeno per il “genocidio” dei loro fratelli perpetrato dall’impero turco. Con la strage, l’impero dei “giovani turchi” cercò di impedire la temuta alleanza del popolo armeno con l’odiato popolo russo.

Secondo il ministro degli esteri, Mevlut Cavusoglu, la fondatezza del gravissimo provvedimento contro il Vaticano, risiederebbe proprio nell’uso del termine “genocidio” che a parere del ministro, non è mai stato ritenuto tale da sentenze di tribunali internazionali competenti, e che quindi, per l’uso disinvolto del termine adoperato dal pontefice si configurerebbe come una vera e propria “calunnia” contro il popolo turco.

E quindi, rincarando la dose, Cavusoglu ha dichiarato che per il popolo turco e per la Turchia  “le parole del Papa sono nulle”.

La puntuale replica del Pontefice non si è fatta attendere. Bergoglio si sarebbe detto “sorpreso” per la soluzione forte e grave adottata dal governo turco ma ha ribadito con forza le proprie ragioni, assecondate dalla verità incontrovertibile della storia: “La strada della Chiesa” –  ha detto durante la Santa Messa –  “è la franchezza e il coraggio cristiano di dire le cose con libertà“.

E, citando il brano degli apostoli in cui Pietro e Giovanni incuranti delle minacce e posti in stato di arresto, non abbandonano la strada della verità, non rinnegando mai la parola di Cristo, anche la Chiesa, forte del “coraggio cristiano non può tacere quello che ha visto e ascoltato”.

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