Pugno duro del governo cinese che come promesso sta emettendo condanne a morte, come se piovesse, in tutta l’instabile regione dello Xinjiang, patria della minoranza etnica degli uighuri, turcofoni e di religione islamica.

In Cina il numero è top secret

Oggi a Urumqi ne sono state emesse ben otto insieme a cinque ergastoli e a quattro a diverse pene detentive e molti esperti pensano che queste siano solo l’inizio di una lunga serie di condanne ed esecuzioni. Stimarle è impossibile dato che in Cina il numero è top secret e , basandosi sulle notizie uscite sui media cinesi, si dovrebbe arrivare ad un totale di oltre 50 tra condanne ed esecuzioni, che probabilmente rappresentano solo una frazione del numero totale.

Al patibolo nessuna pietà

Significativo anche il tempo che passa tra la condanna e l’esecuzione, qualche settimana al massimo due o tre mesi. Nessuno viene risparmiato. Al patibolo sono andati, a settembre, anche due adolescenti per l’assassinio di un imam filogovernativo a Kashgar. William Nee, ricercatore di Amnesty International per la Cina, punta il dito contro le condanne che sarebbero peggiori dell’aumento del terrorismo nella regione orientale. La situazione nel Xinjiang e’ in controtendenza rispetto a quella generale della Cina, dove il numero delle condanne a morte rimane il piu’ alto del mondo ma e’ sceso dopo l’introduzione, nel 2007, dell’obbligo di conferma delle condanne da parte della Corte Suprema. Secondo Dui Hua (Dialogo), un’organizzazione umanitaria che segue il sistema giudiziario e carcerario cinesi, le condanne sono passate dalle seimila del 2007 alle circa 2400 dell’anno scorso.

Cina vs Xinjiang

La campagna per “colpire duro” nel Xinjiang e’ stata lanciata all’inizio dell’anno dal presidente Xi Jinping e, oltre che nelle condanne a morte, si e’ concretizzata in centinaia di condanne alla prigione, spesso di una severita’ estrema. L’uighuro Ilham Tohti, un popolare professore di economia all’Universita’ delle Minoranze di Pechino, e’ stato condannato in settembre all’ergastolo per “separatismo” sulla base di una serie di articoli che aveva pubblicato sul suo sito web.

 

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