Da quando l’OPEC ha confermato la produzione di greggio a 30 milioni di barili al giorno, rinunciando al ruolo di equilibratore dei prezzi di mercato, il prezzo del petrolio continua la sua marcia al ribasso, nonostante il piccolo rialzo notato nei giorni scorsi.

Il petrolio greggio è sceso sotto i 70 dollari (68,53$, perdendo 47 cent), mentre il Brent tocca quota 71,84 $. Questa diminuzione del costo della materia prima viene accolta come una buona notizia per il massimo esponente del Fondo Monetario, Christine Lagarde, secondo cui il calo delle quotazioni dell’oro nero avrà un effetto positivo sulle economie degli stati, e più in generale sull’economia globale, accelerando una ripresa troppo lenta.

Quali gli scenari immediati?

I paesi che riusciranno a trarre vantaggio da questa riduzione del costo del petrolio sono gli USA, e tutti coloro che si servono delle loro riserve. Il paese a stelle e strisce crescerà con un ritmo del 3,5%, prospettando un’espansione economica maggiore delle previsioni di inizio anno.

A farne le spese maggiori saranno due “nemici” degli Stati Uniti: il Venezuela, per cui ogni diminuzione di 1$ al barile comporta a una perdita di circa 770 milioni di dollari, che dall’avvento di Chavez in poi si è sempre opposto all’egemonia statunitense; la Russia, per cui vale lo stesso discorso del paese sudamericano dei mancati introiti, aggravato dalla situazione di conflitto con la vicina Ucraina.

Come evolverà il prezzo del petrolio?

Gli analisti non vedono di buon occhio questo fenomeno, al contrario del numero uno del FMI: in questo contesto la domanda verrà spinta certamente verso il maggior produttore, gli Stati Uniti appunto, lasciando sempre più scarno il piatto OPEC.

In ottica futura questa combinazione avrà come effetto quello una spinta graduale dei prezzi verso l’alto, facendo restare le quotazioni del petrolio lontane dai valori astronomici del recente passato per poco tempo, forse appena un anno.

Andrea Zampini

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