Qualche mese fa il mondo, commosso, ha pianto la scomparsa di un innovatore geniale, del profeta delle nuove tecnologie. Subito dopo, però, sulla memoria di Steve Jobs si è abbattuto il sospetto delle autorità europee e americane che il fondatore della Apple sia stato anche un assai meno illuminato organizzatore di accordi di cartello con i grandi editori internazionali di libri. Con l’obiettivo di far trionfare sul mercato la sua ultima creatura, l’iPad, ai danni del Kindle di Amazon.

La tegola più grossa sulla memoria di Jobs la sta facendo cadere in questi giorni il ministero della Giustizia Usa che, stando alle indiscrezioni pubblicate dal «Wall Street Journal» e non smentite, ha avvertito da qualche tempo il gruppo di Cupertino e cinque grandi editori — Simon & Schuster, HarperCollins del gruppo News Corp, Penguin di Pearson, la francese Hachette del gruppo Lagardere eMacmillan che fa capo ai tedeschi di Verlagsgruppe Georg von Holtzbrinck — di essere pronto a denunciarli per pratiche commerciali collusive miranti a far salire il prezzo dei libri elettronici. Una minaccia che ha indotto alcuni di questi editori (ma non tutti) a cercare una soluzione patteggiata del caso.

Un problema che non riguarda direttamente il mercato librario italiano che ha seguito dinamiche diverse e nel quale diversi editori hanno raggiunto, anche di recente, accordi separati tanto con Apple quanto con Amazon. L’iniziativa del governo Obama segue di qualche mese quella, analoga, lanciata il 6 dicembre dalla Commissione europea. Tutto nasce dalla politica aggressiva praticata da Amazon che qualche anno fa, per cercare di sfondare sul mercato col suo nuovo lettore di libri, il Kindle, cominciò a vendere gli ebook sul mercato Usa a 9,99 dollari: meno di quanto pagato agli editori. I quali—spaventati dalla prospettiva di fare la fine dell’industria della musica, schiacciata dalla vendita dei brani su iTunes a 99 centesimi — accusarono l’azienda di Bezos di danneggiarli con le sue pratiche spregiudicate. Proteste cadute nel vuoto, fino a quando non si presentò Steve Jobs nei panni del «cavaliere bianco» con l’offerta di un nuovo modo di «prezzare» i libri online: in sostanza un sistema unificato nel quale gli editori stabiliscono i prezzi dei loro ebook che poi vengono venduti attraverso un agente unico—Apple appunto—che trattiene per sé una quota del 30 per cento.

Adesso le autorità Antitrust sulle due sponde dell’Atlantico sostengono che il metodo dell’agenzia funziona, in realtà, come un accordo di cartello che tiene artificialmente i prezzi a livelli più alti di quelli fissati da Amazon. In varie audizioni su questo problema che si sono succedute nei mesi scorsi, gli editori e anche Barnes & Noble, la grande catena di librerie Usa, hanno sostenuto che senza l’accordo con Apple, Amazon avrebbe conquistato una posizione dominante sul mercato librario, condizionandolo ancora più di quanto non abbia fatto imponendo prezzi bassissimi. In sostanza, secondo loro il gruppo di Seattle, vendendo a un prezzo bassissimo gli ebook per ottenere una maggior diffusione del Kindle, ha rischiato di spiazzare le versioni cartacee di queste opere, prodotte dagli editori. Non per questo, però, Amazon sembra essere finita formalmente sotto accusa per pratiche simili al «dumping».

Un aspetto curioso della vicenda è che questo «showdown» arriva con due anni di ritardo: l’accordo degli editori con la Apple risale, infatti, al gennaio 2010, quando Jobs era ancora a capo dell’azienda. Ma adesso il governo Usa vuole bruciare le tappe. Probabilmente perché, ipotizza il «New York Times», Sharis Pozen, direttrice della divisione Antitrust del Justice Department, vuole chiudere il caso prima di lasciare il ministero, alla fine del prossimo aprile.

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