Nel Giappone feudale del 1600 i samurai che perdevano il padrone, ucciso o decaduto, venivano chiamati ronin: guerrieri senza una causa che non fosse il loro orgoglio, o la ricerca di un nuovo ingaggio. Sconfitti e spesso umiliati in questo sciagurato inizio di stagione, i giocatori del Milan questo saranno alle 20.45 di oggi, quando l’arbitro Mazic fischierà l’inizio delle ostilità nell’arena sconfinata e piena di trappole del Camp Nou: saranno ronin armati soltanto del loro orgoglio personale, dato che quello di squadra è andato perduto assieme agli obiettivi stagionali. Il Milan non vincerà lo scudetto e questo qualsiasi osservatore avveduto lo sapeva da agosto e non riagguanterà un posto in Champions, è troppo staccato e ha troppe squadre davanti per credere a un miracolo. Questo significa che la Champions attuale, dove la qualificazione agli ottavi è vicina a prescindere dal risultato di Barcellona, resta l’unico sentiero stagionale aperto, se non alla gloria almeno alla dignità. Sotto il peso di un fallimento già in larga parte decretato, e che la guerra interna al club sta finendo di certificare, undici ronin imboccano stasera quel sentiero, consapevoli che gli agguati inizieranno alla prima svolta. Ottimi perdenti Ma ci si sono ficcati loro in questa situazione, spiegabile solo in parte con la complessiva modestia delle loro qualità, e per il resto da una visibile incapacità di sentirsi il Milan, con tutto ciò che comporta. La scellerata decisione di lasciar andare Ambrosini, ultimo mohicano dello spogliatoio che fu, ha tolto di mezzo l’unica figura in grado di catalizzare la professionalità e la dedizione degli altri, tutti ottimi perdenti nel senso che faceva imbestialire Sir Alex Ferguson. «Nella mia squadra voglio solo cattivi perdenti diceva lo scozzese gente che dopo una sconfitta non prende sonno e tira pugni contro il muro, e soffre così tanto da ricordarsene la volta successiva, per vincere in qualsiasi modo e non riprovare quel dolore». Quanti milanisti hanno una faccia così affranta, all’uscita dallo stadio dopo la sconfitta? Sono scarsi, okay. Ma non così scarsi. Milan pericoloso Quella del ronin era comunque una figura temuta, perché chi non ha più niente da perdere diventa pericoloso, non obbedisce al galateo della classifica da muovere, gioca a tutto o niente con la leggerezza di chi non ha domani. Allegri stasera dev’essere un tecnico pericolosissimoper Martino e il Barcellona, perché non c’è più niente che possa mantenergli il posto oltre giugno (non c’è mai stato, in realtà), e tra un esonero a fine settimana e un addio a fine stagione l’unica differenza è la voglia di percorrere questo sentiero Champions, che è impervio e corre sul ciglio di un burrone, ma sarebbe paradossalmente divertente se solo qualcuno ci mettesse un po’ di testa. Kakà in primis, è ovvio, e di lui probabilmente ci si può fidare. Nella sua scia aspettiamo Balotelli, fingendo di non vedere le evidenze che lui ci invia, dai tweet provocatori ai tuffi in area, ai segnali affidati a Raiola, come se il mondo pullulasse di altri grandi club vogliosi di tentare una redenzione già fallita dal «suo» allenatore, Mancini, e dalla «sua» squadra del cuore, il Milan. Ecco, insieme Kakà e Balotelli unica punta ai loro massimi sarebbero due ronin pericolosissimi per la difesa del Barcellona, talmente favorito da rischiare una distrazione che ai tempi di Guardiola sarebbe stata impensabile, ma oggi chissà. Mezzo Messi Continuamente rimboccate da notizie al miele l’ultima il suo no estivo a munifiche offerte dei club guarda caso più odiati da queste parti: il Real, il Bayern di Pep, il Chelsea di Mou le voci su un malessere di Leo Messi non si placano: è dall’infortunio di marzo contro il Psg che non riesce a recuperare del tutto, il Mondiale in fondo alla stagione lo condiziona, dicono che non si alleni più come un tempo. Nulla che una serata di luna buona non possa spazzare via, con quella classe, ma intanto un Milan deciso a vendere cara la pelle avrebbe un altro appiglio psicologico cui aggrapparsi. Aspettare e ripartire, non c’è altra via al Camp Nou; ma farlo bene, con la testa di un allenatore che sapeva costruire partite a orologeria e il coraggio di ronin orgogliosi e sfrontati, potrebbe essere una qualche forma di salvezza. Un primo scalino salito nella lunga ascesa che porta fuori dall’abisso.

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