Stupore degli addetti ai lavori per il fatto che il «Sole a catinelle» di Checco Zalone si avvia a battere tutti i record di incassi.

Nei primi quattro giorni di programmazione ha totalizzato 18 milioni e 606 mila euro al botteghino: «Cattivissimo me 2», che è in programmazione da quattro settimane e occupa la seconda posizione per incassi, sta a 14 milioni e 600 mila euro. Il film italiano che ha più incassato nella storia del cinema è ancora di Checco Zalone, «Che bella giornata» del Natale 2011, 44 milioni. Non è poi così strano il successo del film, no? Popolare, demenziale, sboccato la sua parte… Non la faccia così facile. Intanto, dietro il successo, c’è una politica industriale: del film sono state tirate copie sufficienti per servire 1200 sale. Alla vigilia Zalone era preoccupato: «Va a finire che se faccio venti milioni d’incasso, lo considerano un flop». Anche domenica scorsa, con in mano i dati dei primi due giorni (più di otto milioni), Checco ha fatto una battuta: «Speriamo che domani incassi un po’ meno, così ci rilassiamo tutti».

 

Deve poi considerare che un film popolare, una commedia, una cosa che fa ridere ha problematiche espressive molto più sottili e complicate di quelle di un film drammatico. Le opere drammatiche ci appaiono d’istinto più serie e più importanti di quelle comiche, ma si tratta di una trappola mentale. Ci pensi: la sofferenza e le sue manifestazioni sono diffuse in tutto il mondo animale, il riso è proprio solo di homo sapiens. Il riso è un mistero su cui hanno indagato pochissimi. E il nostro ridere è legato a elementi impalpabili, il tempo della battuta, la complicità con chi vede o ascolta, la sorpresa. Si dice infatti che Checco abbia preparato con la massima attenzione la sua storia demenziale del bambino che prende tutti dieci e il padre lo deve far contento regalandogli una vacanza cosiddetta da sogno (però in Molise…). Zalone ha poi badato a non inflazionare se stesso tra la Bella giornata e questo Sole a catinelle.

 

 

L’anno scorso, benché i produttori lo spingessero, ha preferito saltare il Natale, in modo da creare un minimo di astinenza. Non la fa troppo lunga? Non è alla fine che una sequenza di battutacce… «Noi siamo di Equitalia» a cui Checco risponde «E noi siamocattolici » le pare una battutaccia? O crede anche lei che Zalone sia uno zotico di campagna incapace di leggere e scrivere? A parte la laurea in Giurisprudenza, una giornalista che la pensava come lei s’è trovata a mal partito durante un programma tv. Checco, parlando del titolo del suo film, a un certo punto ha detto: «Mi è venuto questo ossimoro. Si dice ossimoro?». Giornalista: «No, non è un ossimoro». Checco: «Tecnicamente no, ma è una frase ossimorica. La sineddoche è un’altra figura retorica. E comunque la tua è una figura di merda che non sai cos’è l’ossimoro». Cos’è l’ossimoro? Quando si mettono vicini due termini in contraddizione. «Abbiamo vittoriosamente perso».

 

Il caso più frequente di sineddoche è quando si indica la parte per il tutto. Diciamo talvolta «lo scafo» per dire «la nave». Come mai Zalone ha successo, mentre i cinepattoni l’anno scorso sono risultati in calo? Il calo dei cinepattoni è coerente col calo generale degli incassi del cinema italiano. Il sistema, naturalmente, è in crisi e, ha scritto Paolo Mereghetti sul Corriere, non è con il colpo Zalone che la crisi si risolverà. Anche se tanti esercenti hanno respirato un po’ grazie a questo Sole. Qualche dato sulla crisi? La Fondazione Ente dello Spettacolo segnala una contrazione del 7,95% negli incassi (2012 sul 2011) benché si siano prodotti 166 film contro 155. Nel 2011 la flessione sul 2010 era stata del 17,1%. Gli spettatori sono passati da 101 milioni 323 mila (2011) a 91 milioni 310 mila (2012). C’entra la crisi, ma c’entra anche la trasformazione del prodotto film, venduto anche in tv o su internet o sui dvd. Il confronto davvero impressionante è quello con il 1968, realizzato da Paola Dalla Torre e Claudio Siniscalchi nel loro saggio L’ultima ondata: «La produzione nazionale realizzò nel 1968 oltre 250 titoli (ben più del doppio di quanti se ne realizzino oggi) confortata da ottimi incassi al botteghino…». Poi cominciò la caduta. Come mai? Gli autori rispondono: «I fattori sono più d’uno, ma quello più importante è il prevalere di un modello di cinema militante, ideologicamente e politicamente sempre più impegnato, rivolto non più al pubblico generalizzato bensì a iniziati che credono in una certa “fede”, un cinema che parla a se stesso e di se stesso, sempre più autoreferenziale e sempre meno narrativo e comprensibile, un cinema che si disumanizza e così facendo si condanna a non essere più visto, capito dal grande pubblico».

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