Quella voce, sospesa, profonda, non si farà dimenticare. Così come il suono violento della sua chitarra. Lou Reed è morto ieri a 71 anni nella casa di Southampton (New York) che divideva con la moglie Laurie Anderson. A maggio aveva subito un trapianto di fegato e sembra che proprio l’intervento sia alla base della scomparsa. Ma oggi conta poco. Oggi è tempo di ricordare e soprattutto riascoltare tutto quello che ci ha lasciato questa icona del rock dall’animo oscuro. E tra quel che ha fatto con i Velvet Underground e come solista è tanta roba davvero. Il lato selvaggio Perché Lewis Allan Reed, nato a Brooklyn il 2 marzo del ‘42, si accorge subito di essere uno spirito inquieto, si accorge di aver qualcosa da dire e che New York e il mondo sono pronti ad ascoltarlo. «Io sono uno scrittore», ripete. E la sua missione è chiara: «Portare la sensibilità della letteratura nella musica rock». È stanco delle canzonette, vuole testi potenti, Lou vuole la poesia. Il suo carattere forte e la voglia di scandalizzare i benpensanti (viene da una ricca famiglia ebrea che a 14 anni lo sottopone all’elettroshock per curare l’insorgente bisessualità…), lo conducono nella factory di Andy Warhol. È lui a produrre il primo album dei Velvet Underground (1967), il gruppo creato da Reed e John Cale, e a realizzare la mitica banana della copertina: qui tra brani come Heroin e Sunday Morning, si parla di perversioni sessuali e droga, si dà spazio alle sottoculture, si fa emergere quello che la società vuole coprire. L’avventura con la band dura 4 anni, poi Reed diventa solista. David Bowie, suo fan dichiarato, lo aiuta producendo Transformer (1972), con pezzi comeWalk on theWild Side e Perfect Day. Poi arriva Berlin, capolavoro paranoico di un Reed preda della tossicodipendenza. Lou macina album e tournée, con spettacoli pieni di violenza verbale e non solo (in Italia nel ‘75 tour interrotto dopo gli scontri con la polizia a Roma e Milano). Realizzerà 21 album da solista più raccolte e live, alcuni totalmente sperimentali (Metal Machine Music), altri profondamente intensi (New York), come sa fare solo l’unico vero poeta del rock.

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