Alla signora Paola, che ha avuto il coraggio, per qualcuno addirittura l’incoscienza, di portare la figlia sedicenne a vedere il Milan nel settore ospiti dello Juventus Stadium, poteva anche andare peggio. Non è un tentativo di minimizzare quanto le è accaduto, è solo una triste constatazione della realtà degli stadi italiani. Paola, ad esempio, non sa cosa è capitato agli steward in servizio nel settore ospiti dell’Olimpico durante l’ultimo RomaNapoli: schierati lungo la barriera che divideva le due tifoserie, i malcapitati si sono beccati gli insulti, le cinghiate e, pensate un po’, gli sono piovute addosso buste piene di urine ed escrementi. Le avevano confezionate gli ultrà del Napoli ed erano indirizzate ai «colleghi » romanisti, ma il lancio non ha superato le barriere e le buste si sono infrante sugli steward. Steward L’episodio ci deve stupire? Scandalizzare? Oppure ci lascia indifferenti? Ci si stupisce del fatto che nessuno nelle curve rispetti il posto che gli è stato assegnato e, giustamente, ci si chiede a che serva allora il biglietto nominativo, introdotto nel 2005. Due anni più tardi la normativa ha introdotto anche la figura degli steward. Toccherebbe a loro far rispettare la legge nelle curve, ma non hanno né la voglia né la forza per farlo. Spesso sono dei disgraziati che lavorano (e che lavoro!) otto ore per pochi euro: 15 lordi a Napoli, dai 25 a 35 alla Roma, zero alla Lazio. Lotito in cambio gli concede di vedere la partita (e non potrebbero nemmeno farlo). Guarda caso, solo dove sono pagati decentemente gli steward riescono ad avere voce in capitolo nelle curve. Quelli dell’Inter, per esempio, li gestisce una società privata e guadagnano anche 180 euro a partita. La signora Paola ha denunciato cose che molti di noi conoscevano già. Non sono fatti che producono sempre violenza (tanto che i cosiddetti «reati da stadio» dentro gli impianti sono diminuiti: ora si picchiano e si accoltellano fuori), ma non possiamo definirli civili. Rapporti ambigui Né possiamo pensare di civilizzare le curve se i club non taglieranno una volta per tutte i ponti con i violenti. Fabio Capello qualche anno fa disse: «Le società di calcio sono in mano agli ultrà». A Roma, una volta Cragnotti regalava 800 biglietti a partita agli Irriducibili, il gruppo che guida la curva Nord. Claudio Lotito è sotto scorta per avergli chiuso i rubinetti. In curva Sud, tempio del tifo romanista, fino a qualche mese fa si poteva entrare anche senza biglietto, o con un tagliando vecchio: bastava trovare la complicità di uno steward o la disattenzione di un poliziotto. I dirigenti del Milan, dopo le minacce subite in passato, hanno riavviato i contatti con gli ultrà rossoneri. Il parcheggio di San Siro per le partite dell’Inter è stato gestito a lungo da Franco Caravita, fondatore dei Boys, incriminato anche per tentato omicidio. A Bergamo, storicamente, società e ultrà fanno fronte unico. A Napoli assicurano che i biglietti per le trasferte europee finiscano sempre agli stessi gruppi. E la curva A del San Paolo è governata dalla malavita organizzata, libera di fare i propri affari, dal bagarinaggio in su. Daspo e dintorni Così i biglietti finiscono, in certi casi, anche a chi in uno stadio non può metterci piede, perché vittima di un Daspo (Divieto di accedere alle manifestazioni sportive), misura introdotta nel 1989, poi modificata dal decreto Amato del 2007. Come è possibile? Le vittime di Daspo in Italia sono decine di migliaia ma per le solite lungaggini burocratiche il Centro elaborazione dati della Polizia riesce a registrarne solo una piccola percentuale. Col risultato che tutti gli altri «diffidati», se volessero, potrebbero presentarsi in qualsiasi ricevitoria, richiedere la Tessera del tifoso e sottoscrivere un abbonamento o andare in trasferta. In quanti lo avranno fatto? Anche questo è normale o ci si può indignare un po’?

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