Non è stato un matrimonio d’amore. Il piacione Alberto (Fabio De Luigi) imprenditore velleitario e pasticcione ha sposato una donna ricchissima, alla testa di un impero, ma decisamente bruttina e decisamente grama (una vera vipera) sperando con i soldi di lei di fare il balzo qualitativo, da maneggione velleitario a potente capitalista. Non è stato così. La donna appena visto che tipo era, gli ha tagliato i viveri e ora lo tratta peggio di un domestico. Perché non divorzia e non lo spedisce del tutto? Si chiedono in molti. Perché la donna non è abituata alle sconfitte. E non vuole riconoscere nemmeno il fallimento familiare (cioè continua a negare l’evidenza). Lui, il fallimento, l’ha davanti ogni volta che si guarda nello specchio. S’è messo con una scorfana solo per ritrovarsi lo zero di prima. Certo che se la scorfana morisse… L’eventualità diventa un pensiero fisso. E un sogno ricorrente. Una notte la moglie precipita dall’ascensore. È naturalmente una fantasia notturna. Il mattino dopo lui se la ritrova davanti più bruttina e carogna che mai (la carognata mattutina è quella di fargli odorare la pupù del cane). Ma i sogni qualche volta sembrano diventare realtà. La consorte è coinvolta in un incidente aereo. Nessun superstite. I giornali danno l’elenco degli sventurati passeggeri e tra questi c’è il nome dell’arpia. Il super bamba è al settimo cielo. Non solo s’è liberato di quella compagna infernale ma è stato catapultato, come principale erede a capo del suo impero economico. Chissà che corbellerie combina, è la previsione unamime di tutti quanti lo conoscono. In realtà non ha tempo per fare danni. La carognissima ricompare. Per un equivoco ha salvato la pelle. Alberto deve tornare ad annusare la pupù. Ma quel breve momento di libertà è stato bello da respirare. Tanto da fargli venire una voglia matta di prolungarlo. Cioè avverare il sogno ricorrente, fargli ammazzare la moglie… PIACERÀ  A chi correrà al cinema per vedere De Luigi alle prese con la Littizzetto. L’accoppiata è certo ben trovata. In realtà l’attore funziona sempre a contatto con un peperino (ricordiamo certi deliziosi siparietti televisivi con la Hunziker). Con la Luciana poi fa faville. La gramizia di lei è così estrema e la mancanza di difesa di lui è così totale che a un dato punto il suo progetto di uxoricidio appare solo un atto di legittima difesa. Certo, chi ricorda Il vedovo con Alberto Sordi (è inutile che dicano che non è un remake, il canovaccio è stato ripreso tale e quale) non potrà non fare sfavorevoli confronti. Primo perché MassimoVenier non è Dino Risi (non siamo dei sostenitori del suo Jago). Secondo perché quell’antico film del 1960, trattato in prima battuta con una certa sufficienza (lo presero per uno dei soliti veicoli sordiani) fu a suo modo un’opera epocale, un piccolo feroce affresco sull’Italia del boom. Era l’anno del delitto Fenaroli, che rivelava come in quel momento di ricchezza ed euforia, accanto ai grandi capitani d’industria, come Mattei e Valletta, trafficavano anche tanti piccoli megalomani che erano disposti anche al delitto pur di serbare la loro piccola fetta di ricchezza ed euforia. La cattiva della situazione non era la moglie (una grande Franca Valeri, immensamente superiore alla Littizzetto che invece dispone di una corda sola) ma il viscido marito, meritatamente punito dalla sorte (fatidica la frase finale: «che fa marchese, spinge?»). Alberto-De Luigi invece è un poveraccio che suscita anche troppa simpatia. La sceneggiatura gli toglie parecchi connotati negativi (Albertone si circondava di una corte di mediocri per darsi importanza, qui le mezze calzette sono tutte nell’entourage della Littizzetto). In questi tempi di anti boom, uno nella realtà si accoppa. Nella finzione, nella farsa cinematografica, decide di accoppare la moglie. Già, la farsa, in questi anni gramissimi (anche per il cinema nostrano) il divertimento di grana grossa è forse l’unico espediente per far spettacolo che c’è rimasto. Ridere grosso per non piangere.

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