Tutto ciò evidenzia un paese poco competitivo e quindi esposto più di altri agli effetti della crisi economica. Come faranno a creare più sviluppo e aumentare i salari riducendo il costo del lavoro è di difficile comprensione visto che non si riesce neppure a ramazzare ciò che serve per restare al 3% di deficit/ pil. Tralasciando le ricette troppo complicate e da grandi esperti, ci limitiamo qui a enunciare poche piccole idee che potrebbero migliorare i salari, i consumi e lo sviluppo del Paese, occupazione compresa; occorre però che cambi la mentalità del Paese, si modifichino, semplificandole, le vetuste procedure contrattuali e sindacali e si sostituisca quella parte di dirigenza statale che impedisce da troppi anni necessarie modifiche fiscali sulle forme avanzate di welfare integrativo e aziendale attualizzando l’articolo 51 e 100 del TUIR (il testo unico delle imposte sui redditi) e sul regime degli ammortamenti di beni strumentali. Le piccole idee: A) Welfare aziendale: 1) aumentare l’importo deducibile per le imprese e che non costituisce reddito assoggettato a tasse e contributi per il lavoratore del buono pasto(attraverso strumenti come carte elettroniche che non dovrebbero costare all’esercente più del 1,5%) dagli attuali 5,29 euro, fermi a prima dell’adozione dell’euro, ad almeno 10 euro; del resto se una impresa offre il servizio di mensa interna, già oggi può dedurre tutti i costi e il servizio non costituisce reddito per il dipendente. 2) Introdurre il buono trasporti come accade in molte parti d’Europa e nella vicina Svizzera per compensare in parte l’incremento del costo dei trasporti prevedendo un importo medio di 8 euro al giorno anche in funzione della distanza dal posto di lavoro, il tutto deducibile dall’impresa e non soggetto a tasse e contributi per il lavoratore. Del resto se una azienda offre già oggi il servizio di trasporto collettivo deduce tutto e non c’è reddito per il lavoratore; 3) si possono migliorare le condizioni economiche dei dipendenti anche con remunerazioni in natura quali il “pacco spesa” i “buono libri” ecc; oggi l’importo deducibile per le imprese e che non costituisce reddito per il lavoratore è modesto (258,25 euro) ma il Governo potrebbe aumentarlo favorendo cosi lavoratori e consumi, generando un inizio di circolo virtuoso (più consumi uguale a più occupazione); si pensi al pacco spese introdotto da Luxottica. Una azienda potrebbe offrire ai propri dipendenti una spesa, tutta italiana, del valore di 65 euro (che all’ingrosso e senza fini di lucro costerebbe alla stessa non più di 50 mentre in busta paga oltre 110 ) ogni mese. Tradotto significa che le prime due misure considerando, 20 giorni lavorativi medi mese, consentirebbero un incremento di reddito di 250 euro netti mese (+ 20% di salario rispetto a oggi); aumentando da 258,25 a 1.000 euro l’anno la retribuzione in natura, solo per il buono spesa l’incremento di reddito si attesterebbe sui 300 euro/mese. Vediamo l’effetto moltiplicatore: i lavoratori dipendenti privati sono circa 13 milioni; se solo 10 milioni avessero i nuovi buoni pasto e trasporti ogni giorno lavorativo verrebbero messi in circolazione 130 milioni di euro (27,3 miliardi di euro l’anno che diventano 34 miliardi con il pacco spese). Ma di proposte utilizzando il welfare integrativo ce ne sarebbero molte e tali da cambiare ed equiparare i dipendenti ai lavoratori autonomi che molte di queste agevolazioni le hanno già. L’insieme delle proposte illustrate, avrebbe un costo netto per l’erario (differenza Irpef –Iva) tra i 2,45 e i 3 miliardi annui; ciò prescindendo da due considerazioni fondamentali: 1) che i 27,3 miliardi (o 34) messi in circolo sono in chiaro, cancellano molta economia sommersa e generano a loro volta entrate fiscali circa triple rispetto ai costi; ma questa considerazione non fa parte del modo di pensare della classe burocratica e anche politica del Paese. È come l’abolizione del divieto di cumulo tra pensione e reddito da lavoro che ha generato un sommerso enorme; per abolirla il sottoscritto e altri ci hanno messo 10 anni. 2) È immorale che lo Stato chieda imposte a valori monetari 2012 e conceda sgravi di prima necessità a valori di 15 anni prima. B) per le imprese: è vero che siamo in recessione ma ci sono aziende dinamiche e altre che se potessero investirebbero di più per essere più competitive; ma non si può investire e pagare alte tasse perché non si possono ammortizzare in tempi brevi gli investimenti. 1. Occorre anzitutto ripristinare gli “ammortamenti anticipati” poiché è assurdo investire in macchine elettroniche e poterle ammortizzare in 5 anni quando già sono superate o attrezzature che durano due anni ma si devono spesare in 5. Anzi ad avere il coraggio, per i prossimi due anni ogni investimento dovrebbe essere ammortizzato nel più breve tempo possibile. 2. Aumentare il valore dei beni spesabili nell’esercizio fermi al vecchio milione ad almeno 1.500 euro; pensate a uno smartfone del valore di 650 euro che dovrebbe essere ammortizzato in 3 anni! Facendo qualche proiezione, considerando le oltre 4,1 milioni di aziende e le circa 4,5 milioni di partite Iva, l’insieme di queste due misure potrebbe incrementare i consumi tra i 25 e i 30 miliardi l’anno. Tuttavia per onorare l’articolo 81 della Costituzione, la copertura di questi oneri si ha, ad esempio, riformando il non più sostenibile sistema della disoccupazione in agricoltura eliminando il limite delle 101 giornate nonché le norme per la “disoccupazione ordinaria con requisiti ridotti” e riducendo le contribuzioni figurative ad un massimo di tre anni per tutti; ma anche introducendo il “contrasto di interessi” di cui abbiamo parlato su questo giornale. Ma anche semplificando le norme sul lavoro (oltre mille pagine), eliminare il divieto di lavoro per coloro che usufruiscono di forme di ammortizzatori sociali o scivoli pensionistici. Ma anche riformando la struttura amministrativa di questo nostro vetusto paese accorpando, ad esempio, i mille comuni che fanno meno di 300 abitanti o le regioni come il Molise che hanno meno abitanti di un quartiere di Roma o Milano. Ma di questo parleremo più avanti; ciò che conta è che in totale le piccole cose portano a circa 60 miliardi di consumi (più di 4 punti di Pil) senza scomodare troppo J.M Keynes.

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