contribuenti, non esclude la seconda). Ovviamente la bastonata viene data in nome di quel fine nobile e superiore chiamato «giustizia sociale», «solidarietà» e così via. L’altro ideale che li muove, meno romantico e più prosaico, è quello di fare cassa: servono soldi e non si può guardare troppo per il sottile. A costo di etichettare come «ricco», e quindi passibile di ulteriore esproprio fiscale, chi ricco non è. Vecchi ideali sociali e moderna ideologia tecnocratica vanno benissimo a braccetto insieme: i primi fanno da alibi per la seconda. La storia dell’imposta sugli immobili è istruttiva. Il Pd ha appena provato a rimettere la prima rata dell’Imu sulle «case dei ricchi», che secondo la definizione in uso al partito di Guglielmo Epifani sarebbero quelle con una rendita catastale superiore ai 750 euro. Sono immobili «di lusso», sostengono dal Pd, i loro proprietari sono privilegiati ed è giusto che paghino. E chi ha il coraggio di opporsi al molto democratico principio secondo cui i «ricchi» debbono pagare di più? Peccato che l’etichetta appiccicata ai proprietari di quegli immobili da Epifani e compagni sia falsa come quella delle borse di Vuitton vendute sulla spiaggia di Ladispoli. Basta fare un controllino per scoprire che, nelle città più popolate, 750 euro di rendita sono la norma, non l’eccezione. In questi centri la rendita media degli immobili più diffusi, gli A2 (categoria catastale che raggruppa le abitazioni «di tipo civile »), è ben superiore ai 750 euro. I benemeriti di Confedilizia snocciolano dati: a Bari è pari a 1.171 euro, a Bologna a 1.602 euro, a Firenze a 900 euro, a Genova a 1.310 euro, a Milano a 1.487 euro, a Napoli a 932 euro,a Roma a 1.179 euro, a Torino a 1.295 euro, a Venezia a 1.019 euro. A Roma la rendita media è superiore alla soglia indicata dal Pd(ammonta infatti a 887 euro) persino per le unità immobiliari di categoria A3, quella che raggruppa le «abitazioni di tipo economico». Insomma, altro che ricchi: ne avrebbero fatto le spese milioni di famiglie della media e piccola borghesia. Bisogna usare il condizionale e il periodo ipotetico del terzo tipo, perché ieri il Pd ha ritirato l’emendamento. Non per una meritevole resipiscenza sugli effetti della norma, ma perché le volpi piddine (meglio tardi che mai) hanno capito che, dopo aver visto il Pdl ricompattarsi in seguito all’attacco di Enrico Letta a Silvio Berlusconi, non era il caso di dare ai «governativi» e ai «lealisti» del Cavaliere una nuova ragione per fare fronte unico. In altre parole, se il governo vuole andare avanti non può permettersi di umiliare Angelino Alfano e il resto della componente pidiellina, che qualche risultato a casa, specie sui provvedimenti fiscali, lo devono portare. Scongiurata la presa in giro dell’Imu sulle «case di lusso», resta però incombente quella ai danni delle «pensioni d’oro». Anche qui, stesso ragionamento tra ideali di classe e ideologia della cassa, con il ceto medio sempre nei panni della vittima designata. In questo caso la colpa è del governo. Per decisione del ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, il prossimo anno resteranno bloccati, cioè senza rivalutazione, gli assegni pari ad almeno tremila euro al mese. Tremila euro lordi fanno circa 2.300 euro netti al mese: pensioni con le quali si campa dignitosamente, ma che ci vuole coraggio e sprezzo del ridicolo a definire «molto elevate», come fa il ministro tra gli applausi del Pd. Bene che vada, l’indicizzazione ricomincerà nel 2015, ma solo in modo parziale. Così, sottotraccia e con nonchalance, il governo inizia a rottamare la cosa migliore del sistema previdenziale italiano: l’approdo al regime contributivo. Dietro le pensioni che Giovannini vuole penalizzare ci sono decenni di contributi versati da professionisti, dirigenti e altri lavoratori del ceto medio e medioalto. Il patto con lo Stato prevede che costoro, una volta in pensione, ricevano indietro i contributi versati, sotto forma di un assegno mensile commisurato alle aspettative di vita e rivalutato con quel minimo di indicizzazione previsto dalla legge. Ma lo Stato italiano è specializzato nel tradire gli impegni assunti con chi lo mantiene: i fortunati titolari di pensioni da 2.300 euro in su riceveranno meno di quanto preveda il regime contributivo che era stato loro promesso. Per ammissione dello stesso ministro, la «deindicizzazione parziale» che scatterà dal 2015 avrà «un effetto significativo per i singoli»,ma «relativamente piccolo per il complesso, perché stiamo parlando di un numero di pensioni limitato». In parole povere i pensionati se ne accorgeranno, ma le casse dell’Inps no. Giovannini, ovviamente, la chiama «solidarietà». Il tutto, peraltro, è stato deciso senza confrontarsi con le associazioni che rappresentano le categorie colpite. Il rituale della concertazione, come si sa, viene messo in scena solo su richiesta di Cgil, Cisl e Uil.

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