Ultimo ciak per Vittorio Cecchi Gori. Già da tempo la ruota girava male, ma ieri c’è stato il colpo di grazia. Dopo il divorzio, l’ex moglie Rita Rusic aveva continuato a produrre film, perfino con maggior successo del suo amato pigmalione, l’ex fidanzata storica, Valeria Marini, è ormai sposatissima e ieri, per il povero Vittorio, il tribunale di Roma ha deciso una condanna a 7 anni di reclusione per il crac da 600 milioni della società Finmavi. I giudici della sesta sezione penale hanno leggermente ridotto, ma sostanzialmente accolto, le pene chieste dai pm Stefano Rocco Fava e Lina Cusano. Lo storico braccio destro di Cecchi Gori, Luigi Barone, ha avuto una pena di 5 anni e sei mesi. I due imputati sono stati assolti da un singolo capo d’imputazione relativo alla distrazione di alcuni fondi, quelli della società «Cecchi Gori Media Holding». Rispetto alla dissipazione dei beni del patrimonio sociale della società Finmavi, invece, i giudici presieduti da Gustavo Barbalinardo li hanno comunque dichiarati colpevoli, diminuendo però la pena chiesta dai pm: rispettivamente 10 anni per Cecchi Gori e 8 anni per Barone. Entrambi sono comunque interdetti in perpetuo dai pubblici uffici. Questa ultima vicenda giudiziaria di Cecchi Gori prende il via da una serie di operazioni economiche, tra cui finanziamenti alle controllate, mai restituiti. Nel corso del dibattimento processuale, i due pubblici ministeri hanno parlato anche di 200mila euro presentati a carico di Finmavi, quando in realtà erano spese personali. Pare si trattasse di inequivocabili ricevute di ristorante, fatture carburanti e bolle di fornitori. Nelle motivazioni si legge chiaramente che i due avrebbero «distratto o comunque dissipato i beni facenti parte del patrimonio sociale» della stessa Finmavi «causando un passivo fallimentare pari a circa 600 milioni di euro, a fronte di un attivo indicato in sede di proposta di concordato in 120 milioni di euro circa, così determinando un elevato e ingiustificato disavanzo aziendale », attraverso una serie di operazioni. Il fallimento dell’azienda era stato dichiarato nell’ottobre di sette anni fa, nel 2006, quando i pm chiesero l’arresto di Cecchi Gori. All’epoca, però, il giudice per le indagini preliminari respinse il provvedimento restrittivo, ritenendo che non ci fossero i presupposti di inquinamento delle prove o di reiterazione del reato. Era già stato arrestato il 29 ottobre del 2002 per il fallimento della Fiorentina e a novembre del 2006 era stato condannato in via definitiva a 3 anni e 4 mesi (tre dei quali coperti dall’indulto). Nuova disavventura due anni dopo. Il produttore era finito di nuovo in manette il 3 giugno 2008: principale capo di imputazione bancarotta fraudolenta della Safin. L’anno successivo il tribunale di Roma, in seguito al fallimento della Fiorentina, di cui Cecchi Gori era stato presidente, mette in vendita la residenza romana dell’imprenditore per coprire una parte del buco. L’immobile non era un appartamento qualunque: 950 metri quadrati all’interno di Palazzo Borghese, valutati oltre 24 milioni di euro. Tutti quei soldi non bastano a mettere fine ai guai finanziari di Vittorio. Il 25 luglio 2011 viene nuovamente arrestato per bancarotta fraudolenta. Questa volta l’accusa è di avere distratto i beni del patrimonio sociale della Fin.Ma.Vi. spa, causando un passivo fallimentare di circa 600 milioni di euro. Il primo febbraio scorso il processo di primo grado si conclude con una condanna a 6 anni di reclusione e la confisca del capitale sociale delle società «Cecchi Gori, Cinema e Spettacolo» e «New Fair Film» confermando anche il sequestro delle quote delle società «Adriano Entertainment» e «Vip 1997». Ieri, nel secondo grado di giudizio, il collegio ha riconosciuto le spese per la parte civile, ma non ha concesso la provvisionale (così come invece era stato richiesto) ed ha chiarito che il risarcimento dovrà esser stabilito dal giudice civile. Ciliegina (amara) per il Vittorione nazionale, proprio pochi giorni fa c’era stata la cessione definitiva dei suoi 15 cinema nella Capitale, compreso l’Adriano. Tutti finiti nelle mani del produttore Massimo Ferrero.

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