L’uccellino più famoso del mondo sta per varcare il portone della Borsa. Quale non si sa perché, nel file S-1 depositato presso la Sec da Twitter per avviare l’Ipo non è specificato se verrà scelto il Nasdaq o il più tradizionale New York Stock Exchange. E si dovrà ancora attendere qualche settimana per sapere il prezzo dell’emissione più attesa del 2013. Ma, a giudicare dalle prime mosse, i protagonisti dell’ultima favola di successo della new economy, intendono muoversi in punta di piedi, ben attenti a non replicare gli errori della quotazione di Facebook: nessun proclama (al contrario, Mark Zuckerberg scrisse «noi creeremo una cultura nuova»), nessuna richiesta di barriere societarie, come la creazione di azioni con diritto di voto plurimo a difesa della maggioranza (come in Facebook, Groupon e Linkedin). E le banche incaricate dell’Ipo, in pratica tutti i big del mercato fanno sapere che il prezzo sarà «ragionevole». Anche se forse una “tassa” da pagare, per gli utenti, ci sarà. Per fare posto alla pubblicità salterà il limite dei 140 caratteri. Lo scrive il sito della Abc citando alcuni analisti. Ma, soprattutto, il tweet può contare sul ritorno delle Ipo. Non solo a Wall Street. Anzi, un po’dappertutto, si risveglia dopo il lungo sonno la voglia di Borsa. Anche l’Europa, dopo il lungo letargo della recessione. I numeri dell’Ipo Watch curato da PwC sono eloquenti: nel terzo trimestre del 2013 sono state effettuate nel Vecchio Continente 52 Ipo (per due terzi alla City londinese) per un controvalore di 3 miliardi di euro, otto volte tanto l’analogo periodo del 2012. Dopo le delusioni degli anni passati, le operazioni ritirate o rinviate per la scarsa adesione del mercato sono scese ai minimi dal 2007, merito anche dell’attivismo dei Private Equity da cui arriva la metà dei titoli in offerta, già “congela – ti” in attesa di tempi migliori. Altre classifiche confermano il rinnovato appeal dei mercato azionari. Secondo Thomson Reuters, le Ipo euro peeper i primi nove mesi del 2013 sono state 77, con una raccolta complessiva che sfiora i 18 miliardi di dollari. E la tendenza, assicura Richard Mc Cormack, numero uno dell’azionario Europe di Goldman Sachs, è destinato a proseguire perché «abbiamo la fila delle nuove offerte». Il fenomeno, come dimostra l’Ipo di Twitter, va al di là dell’Europa. Anzi, la classifica vede in testa le Borse Usa (il 29% delle Ipo finisce al Nyse, il 10% al Nasdaq) seguita dall’Asia (il 22% ma anche sei delle dieci offerte più importanti) e dall’Europa (il 15%). A sorpresa, l’Ipo più ricca dell’anno viene però dal Brasile: BB Seguridade, una compagnia di assicurazioni che ha raccolto 5,1 miliardi di dollari . Presto la graduatoria potrebbe cambiare: per effetto di Twitter, ma non solo. Il colosso cinese del web, Alibaba, farà presto il suo esordio a Wall Street, dove tornerà una vecchia conoscenza: hli Hilton Hotels, risanati dalla cura del private KKR. E chissà, forse si vedrà pure Chrysler nonostante Sergio Marchionne si auguri un altro finale. Ma, al di là delle classifiche, a che si deve questo risveglio? E che effetti potrà avere sull’economia italiana? Il boom delle Ipo ha più spiegazioni: la necessità, per le aziende, di trovare un’alternativa al credito bancario, sempre più “avaro” visti i requisiti più severi chiesti da Basilea 3 agli istituti. Nel recente passato le aziende hanno puntato sulle emissioni obbligazionarie, approfittando dei bassi tassi. Ora, però, i mercati dei corporate bond si sono fatti più prudenti, nell’attesa di una stretta della Fed. Al contrario, la prospettiva di una ripresa dell’economia, specie in Europa, rilancia il canale della Borsa come via maestra per raccogliere i quattrini necessari per sfruttare la ripresa. Ci sarà spazio anche per l’Italia? Qualcosa già si muove. A novembre verrà lanciata l’Ipo di Moncler, giovedì Palladio ha annunciato l’ingresso in F.i.l.a con l’obiettivo di portare la multinazionale delle matite e del pongo a quotazione. Si può sperare che questa pattuglia iniziale sia presto rimpolpata da matricole più robuste, vedi Barilla o Ferrero ad esempio. Sia per offrire al pubblico una buona alternativa ai titoli di Stato, sia perché in anni sempre più difficili per il credito bancario, è vitale per le buone aziende italiane trovare un’alternativa al fido. Gli strumenti per accelerare il processo esistono, a partire dal gruppo misto che, con il contributo di Consob e Lse, da tempo lavora ad un progetto Borsa per le pmi.

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