Croce, bistecche e litigi in famiglia. Papa Francesco non rinuncia al suo stile per liberare la Chiesa dal pericolo mortale della mondanità spirituale. Che può annidarsi ovunque, anche nelle rinunce delle monache di clausura. Così, quando saluta le clarisse, il Pontefice le sfida con un riferimento alle carmelitane: «Ascoltate il consiglio di Santa Teresa d’Avila – la fondatrice della vostra concorrenza – ogni tanto bisogna mangiare una bistecca ». E poi «non vantarsi, sopportare tutto, sorridere sempre ma non come un’assistente di volo». Ma soprattutto «non parlate male le une delle altre, perché da questo incominciano le divisioni. E il monastero non sia un “purgatorio”, ma una famiglia dove si vive con amore ». O, almeno, dove si tenta di farlo. Perché il messaggio rivolto a chi ha scelto il matrimonio è altrettanto realistico: «Litigate pure, arrivate anche a tirarvi i piatti addosso. Ma alla fine della giornata, chiedetevi scusa e fate la pace!». C’era chi si attendeva gesti eclatanti dal Santo Padre, durante la visita compiuta ieri ai luoghi francescani. Dove il Poverello si era spogliato di tutto, Jorge Mario Bergoglio avrebbe dovuto dare scandalo, nella previsione della Repubblica, ormai organo ufficioso di un presunto nuovo corso della Santa Sede. In fondo Gesù Cristo aveva seminato sconcerto fra gli uomini del suo tempo e la sua vita e il suo messaggio continuano a provocare i contemporanei. Ma il suo Vicario delude chi immagina che sia andato ad Assisi per fare il matto. La linea della Santa Sede non è ancora dettata da Eugenio Scalfari, così ci si può dedicare a una riforma autentica. L’unica mossa a sorpresa, è la condivisione della mensa dei poveri. Invece di pranzare con le autorità, alle 13 va al centro di prima accoglienza della Caritas, nei pressi della stazione ferroviaria di Santa Maria degli Angeli. In realtà si intrattiene con il premier Enrico Letta, che partecipa alla messa celebrata sulla piazza della Basilica Inferiore e assicura il massimo impegno a tutela degli immigrati «a livello nazionale, europeo e internazionale », nella giornata del lutto per la tragedia di Lampedusa. In realtà, nel testo del discorso ai poveri, non pronunciato ma dato per letto, il Papa indirizza il proprio messaggio a «tutti, anche per la nostra società che dà segni di stanchezza, se vogliamo salvarci dal naufragio, è necessario seguire la via della povertà, che non è la miseria, questa è da combattere, ma è il saper condividere, l’essere più solidali con chi è bisognoso, il fidarci più di Dio e meno delle nostre forze umane». Se no, suggerisce nel pomeriggio ai giovani dell’Umbria, come avrebbero potuto farcela le generazioni precedenti? «I nostri nonni con queste certezze hanno superato anche le prove più dure. A dare vita a fare crescere i figli. Ecco la «base morale e spirituale per costruire bene, in modo solido». Nel moltiplicarsi delle agenzie formative, il pensiero del Papa è rivolto «al papà e alla mamma, che sono i primi educatori: come possono educare se la loro coscienza non è illuminata dalla Parola di Dio, se il loro modo di pensare e di agire non è guidato dalla parola, quale esempio possono dare ai figli? E penso ai catechisti, a tutti: cosa raccontano le parole di Dio o quelle del telegiornale?». Nella Cattedrale di San Ruffino, ad Assisi, torna su uno dei punti centrali della sua predicazione: «Chiediamoci: che posto ha la Parola di Dio nella mia vita, la vita di ogni giorno? Sono sintonizzato su Dio o sulle tante parole di moda o su me stesso?». Invece, «la società in cui voi siete nati privilegia i diritti individuali piuttosto che la famiglia». Non si addentra nella battaglia sulle unioni civili e naturali. Non è la polemica il suo scopo. Osserva che si «parla di famiglia e di matrimonio in modo superficiale ed equivoco: basterebbe guardare certi programmi televisivi». Gli basta dire che «la famiglia è benedetta da Dio col sacramento del matrimonio, e benedetta è la missione di mettere al mondo i figli e di educarli». E non è un fatto puramente religioso: «La famiglia è la vocazione che Dio ha scritto nella natura dell’uomo e della donna». Chi lo nega è «la cultura del provvisorio », frutto, «dell’egoismo sempre che torna e non ti fa aprire agli altri, perché niente è definitivo, tutto è provvisorio» mentre il matrimonio «è una vera e propria vocazione, come lo sono il sacerdozio e la vita religiosa». «Due cristiani che si sposano – ha ricordato – hanno riconosciuto nella loro storia di amore la chiamata del Signore, la vocazione a formare di due, maschio e femmina, una sola carne, una sola vita». Sembrano parole gettate al vento, in un Occidente senza speranze e sprofondato nell’inverno demografico. Pare che il Papa sia l’unico ad avere fiducia. E tenta di infonderla agli altri con i consigli: «Quando una mamma mi dice “ho un figlio di 30 anni e non si sposa”, gli rispondo: “ma signora non gli stiri più le camicie!”». I single impenitenti sono avvertiti: trovino una lavanderia.

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