Brutte notizie per i contribuenti italiani. Per tenere sotto controllo i conti pubblici e restare dentro i paletti imposti dall’Unione europea, il governo si appresta infatti a varare un altro inasprimento fiscale. Ecco, in sintesi, di cosa si tratta. Primo: aumenta la benzina. Secondo: diventano più salati gli acconti Ires e Irap per imprese e professionisti. Terzo: la seconda rata Imu non verrà azzerata al 100%. Quarto: l’Iva resta al 22%. Quinto: l’anno prossimo la nuova tassa sulla casa (la service tax, destinata a inglobare Imu e Tares) peserà sulle tasche delle famiglie per 3 miliardi di euro. L’elenco delle sorprese, forse, non finisce qui. Fatto sta che incassata la fiducia in Parlamento dalla strana maggioranza, il Governo di Enrico Letta pensa di avere mani libere sulle tasse e quindi mette il piede sull’acceleratore. Magari per approfittare del disorientamento in casa Pdl, dove tiene banco la decadenza di Silvio Berlusconi. La stangata sul carburante (cioè l’ennesimo alzamento delle odiose accise che gravano sul prezzo di benzina e gasolio) sarà messa nera su bianco nella cosiddetta manovrina antideficit. L’impianto del provvedimento tributario, secondo quanto risulta a Libero, è sostanzialmente definito. I tecnici del ministero dell’Economia devono solo limare gli ultimi dettagli. Lo faranno lavorando anche oggi e domani, visto che il pacchetto deve essere pronto al massimo per mercoledì, quando il consiglio dei ministri si limiterà «vistare » il testo preconfezionato dal titolare dell’Economia, Fabrizio Saccomanni. Sui quattrini decide lui. E l’ex direttore generale della Banca d’Italia – fortemente voluto dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano – ha la delega in bianco del premier Letta. In ballo ci sono 1,6 miliardi di euro necessari a portare sotto il 3% il rapporto tra deficit (cioè il rosso di bilancio) e prodotto interno lordo. Il Documento finanziario approvato dall’esecutivo il 20 settembre stima 3,1%.Uno 0,1% di troppo che corre il rischio di portare l’Italia a un’altra procedura di infrazione. Prospettiva che il governo si appresta a evitare presentando il conto a famiglie e imprese. Agli 1,6 miliardi antideficit, peraltro, vanno aggiunti circa 400 milioni per rifinanziare le missioni militari approvate ieri dal consiglio dei ministri ai tempi supplementari e altri spiccioli per la cassa integrazione in deroga. In totale, quindi, la «manovrina » vale almeno 2 miliardi. Ma il giro di vite sulla benzina (tra l’altro appena rincarata grazie all’Iva) non basta. Di qui l’intervento per aumentare gli acconti fiscali: a novembre, aziende e liberi professionisti dovranno anticipare ancora di più nelle casse dello Stato per quanto riguarda l’Ires e l’Irap da versare l’anno prossimo. In pratica, verranno ripristinate le coperture con cui Letta avrebbe stoppato l’aumento Iva dal 21 al 22%. Intendiamoci: era un gioco delle tre carte. La tassa sui consumi, in ogni caso, dall’1 ottobre è aumentata. Non si torna indietro e i balzelli che avrebbero sostituito un punto in più di Iva ora fanno comodo per altre emergenze. Agenzie di rating e banche d’affari internazionali sono in pressing su Roma. Le finanze statali traballano e serve una correzione dei conti. Il grosso dei fondi, quindi, dovrebbe essere messo insieme agendo sulla leva fiscale, mentre al Tesoro si aspettano assai poco dalla vendita di immobili pubblici, che verrà anticipata già in questo ultimo scorcio di 2013. Archiviata la manovrina antideficit, si aprirà il cantiere della legge di stabilità. Il menù è da 10-15 miliardi ed è in mano al sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta. Che cerca di mediare tra varie esigenze per servire una prima riduzione del cuneo fiscale. Si parla di un intervento da 5 miliardi di euro, ma le coperture, per ora, sono incerte. L’ex sindacalista vuole dare «certezze». Ragion per cui punta a un taglio delle tasse sul lavoro «strutturale e non una tantum» anche se più «contenuto ». Come dire: troppi i 5 miliardi chiesti da Confindustria. Le voci da finanziare sono parecchie. Si dovranno reperire risorse per trasporto pubblico locale, cinque per mille, ferrovie, rischi idrogeologici, fondo politiche sociali. E solo quest’ultimo richiede 600 milioni. Altro obiettivo è l’allentamento del patto di stabilità dei comuni, in modo da favorire investimenti e pagamenti dei crediti vantati dalle imprese. Non solo.Nella finanziaria, secondo la tabella di marcia definita ad agosto scorso con l’azzeramento della prima rata Imu, dovrebbe prendere forma la service tax. Il nuovo tributo unico sulla casa sostituirà appunto l’Imu e anche la Tares. Che insieme valgono grosso modo 5 miliardi. L’idea del governo è portare il gettito 2014 a circa 3 miliardi, in modo da rendere meno gravoso l’onere per le famiglie. Che a dicembre, però, salvo miracoli, dovranno almeno in parte pagare la seconda rata Imu 2013 che garantisce un incasso da 2,4 miliardi. Del resto, è inutile avere grosse aspettative dalle sforbiciate agli sprechi nel bilancio pubblico. Ne sentiremo parlare ancora a lungo. Il nuovo mister forbici si è insediato ieri e ha immediatamente messo le mani avanti. «Serve tempo per raggiungere» gli obiettivi di taglio alla spesa e miglioramento dei servizi «ma è importante procedere rapidamente» per «ottenere risultati visibili sin dall’inizio» ha detto Carlo Cottarelli, in carica solo dal 22 ottobre. Le parole dell’ex alto dirigente del Fondo monetario internazionale potrebbero apparire poco chiare. Azzardiamo una traduzione: «Non faremo granché, ma troveremo a stretto giro un contentino da gettare in pasto all’opinione pubblica». Guai a parlare di presa in giro.

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