Certo, tutti andiamo orgogliosi della «forza dell’enogastronomia italiana». E quando il premier annuncia in Senato che «cultura ed educazione dovranno essere il cuore della nostra riscossa », come fai a dissentire? Condivisibile anche la «condanna inequivocabile dell’utilizzo delle armi chimiche» che Enrico Letta ha coraggiosamente ribadito in Parlamento. Eppure l’impressione è che gli italiani, alle prese con le miserie della crisi economica, avrebbero preferito sentirlo parlare di questioni decisamente più vili. La seconda rata dell’Imu dovremo pagarla? E la prima, siamo sicuri che sia stata cancellata? L’aumento dell’aliquota Iva al 22% è temporaneo o definitivo? È ancora in piedi l’ipotesi di aumentare le accise sulla benzina? Quale sarà l’importo della nuova Tares? Cose così. Nel discorso con cui ha chiesto la fiducia, il presidente del Consiglio ha scelto invece di volare altissimo su queste e le altre volgarità che affollano i pensieri dei suoi connazionali. In un unico passaggio, bontà sua, ha parlato chiaro: quello dedicato al Cavaliere. «In uno Stato democratico le sentenze si rispettano », che applicato al caso in questione significa che Silvio Berlusconi deve smetterla di rompere le scatole e rassegnarsi a indossare un pigiamino a righe orizzontali bianche e nere, mentre il centrodestra deve darsi un nuovo leader, possibilmente meno ostico e combattivo di quello degli ultimi vent’anni. Il resto è stato un lungo elenco di meravigliose dichiarazioni di principio sui massimi sistemi, privo di sostanza. Da uno che aveva già in tasca la fiducia del Parlamento, ci si attendeva un po’di coraggio in più. Occasione perduta e pessima ripartenza. Non che Letta non abbia parlato di tasse, lavoro e cose simili. Da cuoco diligente, ha messo nel pentolone tutti gli ingredienti, in modo che nessuno – dalla Cgil agli scissionisti berlusconiani – potesse lamentarsi. Volete le «misure per l’inclusione sociale e il contrasto alla povertà»? Nello zuppone di Letta ci sono. Senza essere specificate, ma sono lì. Sentite il bisogno di qualcosa per il Nord? Letta vi fa sapere che «Expo 2015 è dietro l’angolo». Avete sete di opportunità per il Sud? Letta vi ricorda che grazie al «grande piano per Pompei» l’Italia «torna ad investire sul suo migliore patrimonio ». Siete convinti che la palla al piede dell’Italia sia la pressione fiscale? Il premier vi annuncia che è sua intenzione andare «verso la riduzione delle tasse». Ma nel migliore dei casi elenca cose già fatte e già note, nel peggiore recita una sfilza di ovvietà a zero contenuto di iniziativa politica e di testosterone. Come quando parla di disoccupazione giovanile: il gran merito del suo governo è stato quello di «portare l’Europa ad affrontare il grande dramma del nostro tempo ». E quindi? Cosa cambia per i disoccupati? Se ne è accorto qualcuno? O nella frasettina dedicata all’Iva, appena aumentata: «Vogliamo procedere ad una revisione della struttura delle aliquote dell’Iva». In che direzione e con quale esito finale per le tasche degli italiani, si guarda bene dal dirlo. Probabilmente perché non lo sa nemmeno lui. Evoca i problemi, ma non dà le soluzioni: non un’idea nuova e concreta, non un obiettivo impegnativo, come un tetto di pressione fiscale da rispettare nei prossimi anni o un target entro il quale fare rientrare la disoccupazione o una quantificazione della necessaria riduzione della spesa pubblica. Nel momento decisivo, il presidente del Consiglio sceglie di rifugiarsi nella vaghezza. Tanto, sia lui che i parlamentari sanno bene che quello inscenato al Senato e alla Camera è un rituale vuoto. Nessuno ieri ha votato sulla fiducia al governo in base al programma illustrato da Letta. Le cose importanti erano altre: la partita del dopo-Berlusconi, la resa dei conti interna al Pd, la data delle elezioni. Letta avrebbe potuto fare come Vittorio Gassman e leggere gli ingredienti dei frollini anziché il programma: i numeri sarebbero stati gli stessi. Terminata la recita, devono finire però anche ambiguità e silenzi. Nei giorni scorsi il premier aveva fatto sapere che il mancato intervento per impedire l’au – mento dell’Iva era stato «frutto delle dimissioni dei parlamentari Pdl e quindi del fatto che non era garantita la conversione del decreto in legge». Il Pdl l’aveva accusato di operare un ricatto: l’imposta sui consumi usata per convincere i berlusconiani a rientrare nei ranghi. Ora comunque nessuno in Parlamento parla più di dimettersi e il governo vanta una maggioranza robusta, in grado persino – grazie all’iniziativa degli alfaniani – di sopravvivere all’abbandono del Pdl. L’alibi del Berlusconi cattivo non c’è più e gli elettori contribuenti si attendono da Letta parole chiare, ma soprattutto fatti.

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