E’ proprio vero che la magistratura, nel bene e nel male, fa spesso le veci del Parlamento. Il legislatore troppe volte tarda ad adeguare le leggi allo stato di fatto e così nasce la giurisprudenza creativa, che ha però il difetto di alimentare la discrezionalità delle toghe. Infatti, se un giudice non solo applica la norma ma la inventa, questa è espressione della volontà di questo o quel magistrato e non dell’organo costituzionalmente preposto a fare le leggi. Fortunatamente le toghe prendono atto del fatto che al reato di evasione fiscale non debba essere necessariamente sotteso il disegno fraudolento. Non può essere condannato a cuor leggero l’imprenditore che non paga l’Iva solo perché preferisce sfamare la famiglia propria e dei propri dipendenti prima di quella romana. Nel solito silenzio del potere esecutivo perennemente affaccendato nel tirare a campa’, ci pensa dunque il tribunale di Venezia a consolidare un nuovo filone giurisprudenziale che non configura il reato di evasione fiscale nella condotta di chi dimostri la propria buona fede. Se manca la volontà di evadere le tasse, il presunto reo va assolto. Se la crisi e la difficile situazione finanziaria dell’azienda afflitta dagli insoluti non permettono il pagamento regolare delle imposte, non sussiste la frode fiscale, ma semmai il diritto alla loro rateizzazione. Questi i principi ribaditi dalla Corte lagunare nella recente sentenza che ha assolto un imprenditore di Marcon reo di non aver versato 135 mila euro di Iva al quale la Procura, su segnalazione dell’Agenzia delle Entrate, aveva contestato l’evasione fiscale. Una boccata di ossigeno per chi, oltre ad aver accumulato debiti ed essere in odor di fallimento, rischiava una condanna penale con tutte le ulteriori conseguenze interdittive. E se consideriamo che l’80% delle Pmi non è in regola con il fisco, le sentenze veneziane sono una vera e propria salvezza per molti piccoli imprenditori in difficoltà. Sarà interessante vedere cosa ne penseranno le corti di seconda e terza istanza, ma intanto il dado è tratto: l’evasione di buona fede non è reato, almeno a Venezia. La politica qualche tempo fa, anche per bocca del responsabile economico del Pd Fassina, aveva balbettato il concetto di «evasione della sopravvivenza», senza però trarne alcuna conseguenza legislativa che alleviasse le pene degli imprenditori. Ecco allora correre ai ripari un tribunale che crea una figura giurisprudenziale che fa cioè: l’«evasione forzata», quella di chi è in un mare di debiti e non ha alternative. Basti alla Lettocrazia che gli imprenditori siano alla fame con il capannone ipotecato e le ganasce all’auto, ma almeno la fedina fiscale di quelli perbene la lasciamo intonsa.

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