Quella più delicata è sull’Imu. Ma l’imposta sulle abitazioni è solo una delle tante partite riaperte dalla crisi di Governo. Le tensioni nella maggioranza, lo strappo di Silvio Berlusconi e le dimissioni dei cinque ministri Pdl gettano un ombra su una decina di dossier caldi. La cassa integrazione, le missioni internazionali, il cuneo fiscale, la privatizzazioni, le deroghe ai contratti di lavoro sul modello Expo. E poi le questioni societarie che a vario titolo transitano a palazzo Chigi: Alitalia, rete Telecom, Ilva, Finmeccanica. Ma c’è soprattutto la legge di stabilità che va presentata entro il 15 ottobre e che era stata individuata dal premier, Enrico Letta, come veicolo per azzerare la seconda rata Imu e introdurre la service tax (che ingloberà pure la tares). Un menù che potrebbe occupare un’intera legislatura e che, invece, va cucinato in tempi rapidissimi. L’incognita è invece l’Iva. Fuori tempo massimo, l’Esecutivo potrebbe infatti decidere di riportare l’aliquota dal 22 al 21%, ma il rischio è creare caos fra commercianti e professionisti, alle prese con complicati aggiornamenti di listini e sistemi informatici. Se l’Iva appare ormai impossibile da ridefinire, resta da capire il destino della seconda rata dell’Imu, sulla quale c’era un accordo politico perché non venisse pagata, ma manca ancora un testo normativo, visto l’impegno del governo a trovare le relative coperture entro il mese di novembre. Senza dimenticare che il Parlamento non ha ancora convertito in legge il decreto che ha azzerato il versamento di giugno. Un’altra emergenza è la Cig: nella bozza del dl entrato venerdì in cdm (e non approvato) venivano destinati 330 milioni di euro al rifinanziamento della cassa in deroga, ma le richieste sono superiori a tale somma. Se ne parlerà nella legge di stabilità, nella quale dovrebbe approdare pure il taglio al cuneo fiscale, auspicato da Confindustria e pure dai sindacati (stesso discorso per i contratti di lavoro snelli sul modello Expo 2015). Molto dipenderà dai fondi a disposizione. Si tratta di rastrellare un po’ di quattrini. Anzitutto vanno messi insieme 1,6 miliardi per tornare dentro il 3% imposto dall’Unione europea, dopo che la nota di aggiornamento del Def l’ha certificato al 3,1%. Al momento la strada sembra essere quella dei tagli ai ministeri, ma tutto è ancora da decidere. In quest’ottica, entro la fine di ottobre doveva arrivare pure la lista dei beni da mettere sul mercato, messa a punto dal Comitato del Tesoro che si voleva rendere permanente già ieri. I nomi sono sempre i soliti, da Poste Vita alle diverse Ansaldo di Finmeccanica per citare i più grossi, mentre in molti scommettono che la somma che si potrebbe incassare nell’immediato si avvicinerebbe al miliardo di euro. Sulla legge di stabilità, da quest’anno, l’ultima voce in capitolo spetta all’Ue. Il Governo, infatti, deve inviare a Bruxelles il Documento programmatico di bilancio: un nuovo atto che, in pratica, consente ai tecnocrati Ue di riscrivere il bilancio dei paesi dell’area euro entro il 30 novembre. Iter che esclude la prospettiva dell’esercizio provvisorio, che scatta in caso di mancata approvazione della legge di stabilità, di fatto confezionata dalla Ue. Tornando alle tre Ansaldo, non è da escludere un intervento della Cassa depositi e prestiti per creare un maxi polo dei trasporti. Ci sono poi gli altri dossier industriali. A cominciare dalla golden power che il Governo ha messo a punto per ostacolare, insieme con la revisione delle leggi sulle Opa, il controllo di Telefonica su Telecom. Mentre è ormai scontato un prestito ponte per cercare di sottrarre Alitalia ad Air France: proprio ieri il Governo ha incassato l’ok delle banche creditrici (Intesa-Sanpaolo e Unicredit) a sostenere l’italianità della ex compagnia di bandiera.

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