Volendo proprio sforzarsi, si potrebbe anche individuare una stramba correlazione fra il terzomondismo di Laura Boldrini e il cocco, caratteristico frutto subequatoriale. Più difficile è stabilire un legame – per quanto sottile – tra il moralismo della presidente della Camera, sempre in prima linea nel bacchettare programmi tv, spot e cartelloni e la trasmissione Cocco, andata in onda su Rai Due alla fine degli anni Ottanta. Lo show andava in scena negli studi Rai di Napoli ed era condotto da Gabriella Carlucci. La quale, tanto per esplicitare la caratura intellettuale del format, si faceva ritrarre sulla copertina di Tv Sorrisi e Canzoni con gonnellino e, a coprire il seno, due mezze noci di cocco. Roba da Scuola di Francoforte, quanto a profondità filosofica. Nell’estate del 1988 – come rivelato mesi fa dal sito Davidemaggio.it – la Boldrini, allora 27enne, collaborò come assistente a questo divertente programma, la cui regia era affidata a Pier Francesco Pingitore (manco a dirlo, fu un successo di pubblico). Niente di male, anzi. Tanto più che, a inizio carriera, si lavora dove si può. Il fatto è che la presidente della Camera pare aver completamente rimosso quella giovanile esperienza, e ora si diletta a far la morale a chiunque, specialmente a chi s’azzardi a mostrare una fettina di carne femminile sul piccolo schermo. Pochi giorni fa se l’è presa per le pubblicità in cui le donne servono a tavola la famiglia (brava: da oggi in poi fatevi servire dai filippini). Qualche settimana prima ha gioito per la cancellazione di Miss Italia dai palinsesti Rai. E dire che vedere le fanciulle concorrenti inguainate in un costume intero tipo Braccio di ferro non è proprio il massimo dell’erotismo. Eppure, secondo la Boldrini, l’oscuramento è «una scelta moderna e civile», poiché «le ragazze italiane hanno altri talenti che non quello di sfilare con un numero». Certo, per esempio possono danzare in uno studio tv cantando: «Cocco, cocco, de mivida, la mia bocca ancora grida, cocco bello vieni qua. Cocco cocco, eccitante, si tu quieres in un istante la mia sete finirà». Era la sigla, appunto, di Cocco. Dove le graziose pulzelle venivano divise – omaggio a Napoli – in Spogliatelle e Babà. Ben peggio delle Veline, che hanno una valenza satirica, sono state utilizzate da Ricci come provocazione. No, lì le giovinette mostravano il ben di Dio e basta. Se la Boldrini disponesse di una macchina del tempo, dovrebbe ritornare nel 1988 e menare i suoi autori di allora. Sentite come veniva descritto il programma da Beniamino Placido, storico critico di Repubblica: «Pensate che le belle ragazze, debitamente svestite (è estate, hanno ragione) si chiamano le Spogliatelle (…). Il grido di guerra che il pubblico eleva, per salutare gli ospiti è Un, due, tre Cocco!». Molto divertente. Ma la Boldrini non ama ricordare. Infatti ha allontanato al grido di «incoerente sarà lei» l’inviato di Striscia la notizia Valerio Staffelli, che ieri sera ha cercato di consegnarle il Tapiro d’oro, facendole notare la contraddizione fra le sue frasi d’adesso e l’impiego che fu. L’aureo cimelio è tra i più meritati. Per convincersi basta leggere altre dichiarazioni della presidente di Montecitorio. «Solo il 2% delle donne in televisione esprime un parere, parla. Il resto è muto, spesso svestito, e non ha modo di esprimere un’opinione», ha detto tempo fa. Beh, le ragazze di Cocco, invece, si esprimevano. Dicevano, per esempio: «Cocco!». Semplice ed efficace. Citiamo ancora: «In tv i modelli sono quelli della casalinga o della donna seminuda. Da lì alla violenza, il passo è breve. Se da donna passi a oggetto, il messaggio è chiaro: di un oggetto puoi fare quello che vuoi». Giusto. E con le Spogliatelle o dei Babà che puoi fare? Di sicuro si trattava di invito al cannibalismo.

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