Non c’è solo l’aumento dell’Iva, che scatterà da martedì. Il rialzo dell’ali – quota dal 21% al 22% ufficialmente è stata la ragione per cui ieri i ministri Pdl, su invito del capo, Silvio Berlusconi, hanno rassegnato le dimissioni. Un gesto che, di fatto, paralizza il Governo di Enrico Letta e che, sempre per restare sul terreno fiscale, conduce a un’altra stangata: l’Imu. Entro il 15 ottobre, infatti, l’Esecutivo dovrebbe trovare una soluzione per spazzare via anche la seconda rata sulle abitazioni principali, quella che si paga a dicembre. Nelle scorse settimane era stato cancellato solo il versamento di giugno, mentre per il «saldo natalizio» la soluzione era stata rinviata, come accennato, alla legge di stabilità. Un’ipotesi ormai sfumata. Così come sono pochissime le probabilità che il Governo riesca a rinnovare la cassa integrazione straordinaria o che vari la «manovrina» anti deficit. Scontato l’aumento Iva, la faccenda più delicata è legata al balzello comunale sulle prime case. La nuova finanziaria va presentata entro la metà del prossimo mese. E nella legge dovrebbe (o avrebbe dovuto?) trovare spazio la riforma dell’Imu. Tuttavia, lo strappo improvviso deciso ieri dal Popolo delle libertà getta un’ombra sulla legge di stabilità. Le conseguenze, per ora, non sono facili da prevedere. C’è il rischio, come ha evocato il viceministro dell’Economia, Stefano Fassina, che a scrivere il provvedimento sui conti statali sia direttamente la Troika Ue-Bce-Fmi. Oppure che il Parlamento non riesca ad approvarla e che si aprano le porte, per le finanze pubbliche, del cosiddetto «esercizio provvisorio». Staremo a vedere. Sta di fatto che da ieri Letta ha le mani legate e per il premier è una mission impossibile risolvere la grana Imu. Il che vuol dire, per le famiglie , prepararsi a pagare. Il termometro che misura la rabbia dei cittadini potrebbe esplodere a breve. Ma Letta deve fare i conti coi commercianti in guerra. In termini percentuali, il rialzo dell’aliquota equivale a un aumento che sfiora il 5%. «Troppo tardi per scongiurarla » aveva detto il ministro dei Rapporti col Parlamento, Dario Franceschini (Pd), già prima dello strappo di ieri. C’è da dire che la «soluzione in extremis » auspicata dai negozianti (Confcommercio e Confesercenti) si tradurrebbe nell’ennesima partita di giro: la bozza del decreto non approvato venerdì dal cdm prevedeva il contestuale inasprimento delle accise sulla benzina e un nuovo salasso sugli acconti ires/irap. I Democratici puntano il dito contro il centro destra e in particolare contro il Cavaliere: «Per colpa di uno pagheremo tutti Iva e Imu» ha dichiarato il sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta. Da domani mattina, poi, occhi puntati sui terminali di borsa. La crisi del Governo, ormai sempre più vicina, farà salire la tensione sul debito pubblico con lo spread fra btp e bund destinato a salire rapidamente. L’Italia ha collocato circa l’80% dei 470 miliardi di bond indicati come obiettivo per quest’anno. Ma le prossime aste, coi bot in calendario il 10 ottobre e i btp l’11, rischiano una doccia fredda. E come se non bastasse, Letta deve fare i miracoli per trovare 1,6 miliardi di euro necessari a riportare, entro l’anno, il rapporto tra deficit e pil sotto quota 3% per evitare di portare l’Unione europea ad riaprire un’al – tra, dolorosa procedura di infrazione.

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