Secondo alcuni commentatori i mini job sono uno dei motivi del boom economico tedesco. Di certo c’è solo che hanno ridotto drasticamente la disoccupazione. Quando divenne cancelliere, il socialdemocratico Gerhard Schröder si trovò di fronte una disoccupazione a livelli record, oltre il 10%, circa 5,5 milioni di persone. Per riformare il mercato del lavoro e il welfare, il cancelliere chiese la consulenza di Peter Hartz, ex capo del personale della Volkswagen, che produsse quattro pacchetti di riforma. I mini job fanno parte dell’ultimo tassello, la riforma Hartz IV, e sono dei contratti di lavoro estremamente vantaggiosi per gli imprenditori che pagano contributi sociali molto bassi (il dipendente non paga affatto tasse). Sono rivolti prevalentemente a lavoratori scarsamente qualificati, immigrati, giovani tra i 20 e i 30 anni in cerca di prima occupazione o che uniscono studio e lavoro, casalinghe che conciliano il lavoro con gli impegni domestici. L’esercito dei mini jobber è di circa 5 milioni di persone. La cifra di 7-8 milioni che compare spesso sui giornali è riferita al numero di contratti e non alle persone che hanno come unica fonte di reddito un mini job, 450 euro mensili. Infatti vi è la possibilità di cumulare più contratti e in molti casi sono i lavoratori che ne hanno già uno o a tempo determinato o indeterminato a integrare lo stipendio con un mini job. Il fenomeno probabilmente è spiegabile per la convenienza fiscale, visto che a imprenditori e lavoratori conviene usare questa tipologia di contratto rispetto agli straordinari che hanno una tassazione più elevata . Ora in Germania il tasso di disoccupazione è ai minimi storici, si è quasi dimezzato rispetto ai primi anni 2000, è al 6,8%, 2,9 milioni di persone. I contratti originariamente prevedevano un limite di 15 ore di lavoro a settimana e uno stipendio di 400 euro mensili, il governo liberal-conservatore della Merkel ha portato il salario a 450 euro, ma ha tolto il limite orario di lavoro che comunque in media non supera le 20 ore settimanali. Naturalmente il sistema ha suscitato molte critiche, con accuse dall’estero di attuare «dumping sociale» e in patria di precarizzare le condizioni di lavoro e di ribassare i salari. In effetti uno dei problemi principali dei mini jobber è la pensione: con quei contributi così bassi l’assegno pensionistico sarà di circa 150 euro mensili. Sul dumping sociale c’è da dire che, a fronte di salari molto bassi, i mini jobber possono usufruire di una rete di welfare universale molto più forte che in altri paesi: in caso di reddito basso ci sono sussidi sociali che consentono di pagare l’affitto, le bollette e spesso ulteriori integrazioni per i figli (i mini jobber che usufruicono dei sussidi sono 1,5 milioni). Quanto alla precarizzazione, i dati dicono che non si è verificato uno slittamento di contratti a tempo determinato o indeterminato verso i mini job, ma un aumento generale degli occupati. Certo, il mini job dà un reddito che garantisce solo la sopravvivenza e dovrebbe rappresentare una fase transitoria verso contratti più stabili. È vero che esiste l’incubo di un futuro esercito di pensionati da 150 euro al mese, ma spaventa comunque meno di un esercito presente di disoccupati.

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