L’uomo del Colle ha detto no. Nessuna «partecipazione» al problema di Silvio Berlusconi, niente soluzioni per evitargli che, una volta decaduto, possa finire travolto da un’ondata di nuove aggressioni giudiziarie. E stop alle elezioni anticipate, anche a costo di ritrovarsi costretto a percorrere percorsi accidentati come un governo Enrico Letta-bis con il solo appoggio esterno del Pdl o un altro guidato da Pietro Grasso, che potrebbe raggranellare qualche fuoriuscito del Movimento 5 stelle. Il Presidente della Repubblica non ha lasciato passare nemmeno dodici ore dall’annuncio delle dimissioni di massa dei parlamentari pidiellini e già di primo mattino ha rilasciato ieri un comunicato durissimo, di contrapposizione frontale al centrodestra. «L’orientamento assunto ieri sera dall’assemblea dei gruppi parlamentari del Pdl non è stato formalizzato in un documento conclusivo reso pubblico e portato a conoscenza dei Presidenti delle Camere e del Presidente della Repubblica», premette Giorgio Napolitano, «ma non posso egualmente che definire inquietante l’annuncio di dimissioni in massa dal Parlamento, ovvero di dimissioni individuali, le sole presentabili, di tutti gli eletti nel Pdl». Per il Capo dello Stato «ciò configurerebbe l’intento, o produrrebbe l’effetto, di colpire alla radice la funzionalità delle Camere» e, quindi, rappresenta una decisione gravissima. Il Quirinale è rimasto sorpreso dall’accelerazione impressa dal Cavaliere e spiazzato dalla dimostrazione che questi gli ha dato di avere ancora il pieno e totale controllo dei suoi gruppi parlamentari. Con la firma delle dimissioni, infatti, l’ex premier ha dimostrato che non ci saranno defezioni nel suo partito, che non esiste una maggioranza alternativa a quella attuale. Ciononostante il Capo dello Stato nella sua nota ha scelto di alzare i toni: «Evocare il colpo di Stato o parlare di “operazione eversiva” è grave e assurdo ». Il richiamo, ovviamente, è alle parole pronunciate dal Cavaliere nel corso dell’assemblea. «L’applicazione di una sentenza di condanna definitiva, inflitta secondo le norme del nostro ordinamento giuridico per fatti specifici di violazione della legge, è dato costitutivo di qualsiasi Stato di diritto in Europa, così come lo è la non interferenza del Capo dello Stato o del Primo Ministro in decisioni indipendenti dell’autorità giudiziaria », ha sottolineato. Ma, con la nota, per la prima volta, la rampogna è rivolta anche ai singoli eletti pidiellini, non solo al loro leader. «C’è ancora tempo, e mi auguro se ne faccia buon uso, per trovare il modo di esprimere, se è questa la volontà dei parlamentari del Pdl, la loro vicinanza politica e umana al presidente del Pdl, senza mettere in causa il pieno svolgimento delle funzioni dei due rami del Parlamento». Questo appello alla responsabilità dei singoli certo ha reso più tribolate quelle firme, ma non ne ha fatta venire meno nemmeno una. Il Colle lancia un avviso molto chiaro al centrodestra, gela la loro sicurezza di avere trovato un modo per conquistare il voto a marzo: «Non meno inquietante sarebbe il proposito di compiere tale gesto al fine di esercitare un’estrema pressione sul Capo dello Stato per il più ravvicinato scioglimento delle Camere». Niente elezioni anticipate, dunque, non prima di avere esperito altre vie. Certo la mossa di ieri ha reso la strada del Colle più stretta, trasformata quella dell’esecutivo di Enrico Letta in un cul de sac. Il premier, che ieri era negli Stati Uniti, questa mattina salirà al Quirinale. Ha già annunciato di voler chiedere una «verifica di maggioranza» in Parlamento, per costringere i pidiellini a fare loro il primo passo, staccare la spina. Napolitano seguirà con attenzione gli sviluppi, ma nei suoi uffici sarebbero già state prese in considerazione diverse ipotesi. C’è pure quella delle sue dimissioni. Il Capo dello Stato, però, sa bene che quel gesto avrebbe effetti imprevedibili, che potrebbe precipitare il Paese nel caos. Difficile lo possa fare subito, senza nemmeno un governo in carica. Ne restano altre due. La prima è quella di affidare il reincarico al premier uscente perché prosegua il suo lavoro e promuova la modifica della legge elettorale, magari contando sull’appoggio esterno dei berlusconiani, promettendo il voto in primavera. La seconda ipotesi coinvolge il presidente del Senato, Pietro Grasso: potrebbe ricevere un incarico finalizzato a rimediare il consenso dei grillini per un governo-lampo che superi il Porcellum. Anche sul Colle, però, l’orizzonte della legislatura non sembra più così lontano come un tempo. Questa sensazione è apparsa ancora più nitida quando i due capigruppo Pdl, Renato Schifani e Renato Brunetta, hanno risposto alle accuse del Colle con una nota altrettanto diretta: «La definizione di “colpo di Stato” e di “operazione eversiva” non è “inquietante”, ma è invece assolutamente realistica e pienamente condivisibile». Più dura solo Daniela Santanché, che ha definito il presidente della Repubblica «arrogante e non di parte» e tirato in ballo il ministro Gaetano Quaglieriello, “colpevole” di essersi augurato una soluzione positiva all’empasse. Una dichiarazione così dura da costringere il ministro Maurizio Lupi a ribadire il suo «rispetto» per il Capo dello Stato, sottolineando, però, che questa considerazione non mina «l’unità di intenti » nel Pdl.

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