I bei tempi sono andati anche per il paradiso fiscale di San Marino. Così la Repubblica del Titano è costretta a chiedere sacrifici a tutti. E che sacrifici: per i dipendenti si prospettano aumenti fiscali fino a sei volte tanto. Chi per una vita si è giovato di aliquote di vantaggio rispetto ai salassi italici, oggi si sente beffato. Ed esplode la rabbia. Martedì scorso nel piccolo Stato incastonato nella Romagna in 5 mila sono scesi in piazza a protestare. Per la Centrale sindacale unitaria – che ha proclamato lo sciopero generale per l’intera giornata – se ne sono contati 8 mila. Numeri a parte, la folla sembrava disposta a tutto pur di salvare il proprio portafoglio dalle insidie della nuova riforma tributaria. Altro che sciopero, al Pianello, davanti al Palazzo Pubblico – sede del parlamento – si è sfiorata la guerriglia urbana. Gli improperi contro il quartier generale («ladri, mafiosi») sono stati, per certi versi, l’accoglienza migliore, perché in parecchi sono passati alle vie di fatto. Prima sono volate uova, poi i manifestanti ne hanno scaricato un’intera fornitura davanti alla facciata del parlamento che, placido, stava discutendo di libera professione medica. Quindi gli attivisti se la sono presa con i consiglieri. Qualcuno è stato colpito da bottiglie d’acqua, qualcun altro ha rimediato spintoni. I meno aggressivi si sono limitati a cartelli di protesta. Ce n’erano a centinaia, con scritte come «No alla stangata», «I popoli non dovrebbero avere paura dei propri governi, sono i governi che dovrebbero avere paura dei popoli». Ancora: fumogeni, urla, fischi. La maggioranza se l’è data a gambe. Addirittura c’è chi ha imboccato un tunnel sotterraneo che dalla sede del consiglio arriva dritto al ministero degli Interni sammarinese. Le opposizioni si sono scatenate. Sinistra Unita ha parlato di «pericolosa deriva di politiche antisociali». Il movimento civico Rete ha preferito slogan più scontati: «Prendiamo i soldi dagli evasori». In piena bagarre si è pure dimessa la direttrice dell’ufficio tributario Stefania Meloni. Alla fine la diplomazia si è messa all’opera. I sindacati sono in attesa di una seconda bozza di riforma. Chiedono una «no tax area» per redditi fino a 12 mila euro, rimodulazione «forte» delle aliquote e potenziamento dei controlli anti evasione. Oggi scadrà l’ultimatum. È l’autunno del Titano, il Paese retto da due «Eccellentissimi capitani», il cui parlamento (il «Consiglio grande e generale») ha 60 membri, il Paese che ha sei corpi militari, proprie leggi, propri organi di giustizia. Il tutto per neanche 33 mila anime. Uno Stato nello Stato, con Iva e prelievo per le imprese al 17% e fisco che per i redditi medi è solo al 29%. Un Bengodi che rischia di finire. Ma in questa terra indipendente e sovrana non si smette di lottare. In Italia, invece, neanche livelli di tassazione sul profitto che sfiorano il 68% bastano più ad accendere l’indignazione.

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