Imu selettiva, service tax anticipata a dicembre, Iva sterilizzata con l’aumento della benzina. Nel caos assoluto in cui il governo sta navigando nel tentativo di trovare le risorse per tappare tutti i buchi del bilancio, per ora l’unica certezza è che se salta l’esecutivo sul groppone degli italiani arriverà più o meno tutto. L’ipotesi di una crisi di governo provocata dalle dimissioni in blocco dei ministri del Pdl è ancora molto sfumata e tutt’altro che concreta. Ma se dovesse accadere, le conseguenze sono facilmente prevedibili. In bilico potrebbe essere anche il primo step, quello previsto per il Consiglio dei ministri di domani, in cui il governo dovrebbe risolvere il nodo dello sforamento del deficit sopra il 3%. Non è ancora deciso se intervenire con una manovrina (magari con i soliti tagli lineari) o con una serie di aggiustamenti tecnici di bilancio, spostando o anticipando risorse attraverso un decreto del ministero dell’Economia. Il conto finale, però, dovrà essere di 1,6 miliardi da piazzare a riduzione dell’indebitamento. E forse anche qualcosa di più, stando alle stime trapelate ieri dal Fondo monetario internazionale che parlano di un deficit/ pil a -3,2% rispetto al -3,1 previsto dal governo nella nota di aggiornamento al Def. Nella stessa riunione l’esecutivo dovrà trovare anche i soldi per il rifinanziamento delle missioni internazionale di pace (si tratta di 3-400 milioni) e, forse, anche quelli per coprire una seconda tranche di interventi sulla Cassa integrazione in deroga, altri 3-400 milioni. Ma il piatto forte della seduta sarà quello dell’aumento dell’Iva, previsto a partire dal primo ottobre. Molti nel governo continuano a dire che si farà il possibile per far slittare l’incremento dell’aliquota ordinaria dal 21 al 22% all’inizio del 2014. Ma nessuno sa ancora come trovare il miliardo necessario a coprire il minore gettito. Tra le ipotesi che circolano c’è anche quella, abbastanza preoccupante, di ritoccare di nuovo all’insù l’accise sulla benzina. Se queste misure sono molto a rischio è praticamente certo, invece, che in caso di crisi di governo rispunterà non solo la seconda rata dell’Imu, ma forse anche parte della prima, che pagheremo, però, sotto forma di aumenti sulle accise di benzina, tabacchi e alcolici. Considerata la fragilità delle coperture (in particolare quella dei 600 milioni che dovrebbero arrivare dalle slot machine) è infatti molto probabile che scatterà la clausola di salvaguardia inserita dal governo nel decreto Imu. Per quanto riguarda la seconda rata, se il governo resta in piedi, non è affatto escluso un gioco delle tre carte a dicembre con la service tax. Per quanto molti ieri, sia il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta, sia il capogruppo alla Camera del Pdl, Renato Brunetta, abbiano smentito, l’ipotesi di un anticipo della nuova tassa che dovrà sostituire Imu e Tares al 2013 è sul tavolo. L’operazione porterebbe nelle casse pubbliche quasi 3 miliardi contro i previsti 2,3 che erano attesi dalla seconda rata Imu sulla prima casa. Anche la service tax, esattamente come l’Imu, verrebbe calcolata sulla base della rendita catastale (si parla del 2 per mille) degli immobili di proprietà, oppure sui metri quadrati (un euro a mq). L’altra ipotesi, su cui satrebbe spingendo in particolare il Pd, è quella di rimettere in discussione l’abolizione totale dell’Imu sulla prima casa, ripescando l’idea dell’esenzione selettiva che lascerebbe fuori dall’agevolazione le classi più abbienti. Comunque vada, insomma, ci sarà da pagare. E molto. A fare i conti dell’impatto fiscale di una possibile crisi di governo ci ha pensato qualche settimana fa la Cgia di Mestre. Sommando la seconda rata Imu, l’aumento Iva e la Tares si arriva a circa 5 miliardi di gettito da sfilare dalle tasche dei contribuenti. Nel dettaglio un pensionato single si troverà con un aggravio di imposte nel 2013 di 91 euro. Il costo aggiuntivo sarà di 185 euro per una famiglia bireddito, mentre per un nucleo monoreddito si parla di 239,5 euro. Ma non è detto che il conto possa essere molto più salato. La stima relativa al gettito derivante dalla Tares, quantificato in 1,94 miliardi, è infatti considerato dalla Cgia, «estremamente prudenziale».

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