Per oltre un anno e mezzo, da quella infinita notte di urla e gelo del 13 gennaio 2012, hanno visto il gigante di ferro accasciato sul fianco. Ma non ci si sono mai abituati. Ogni mattina, quando lo sguardo che cercava la profondità del mare si schiantava sulla Costa Concordia, hanno sperato che quel panorama cambiasse. Guardare il relitto voleva dire ricordare il disastro, 32 morti, panico e ricerche. Da ieri gli abitanti del Giglio hanno negli occhi la speranza che qualcosa stia cambiando davvero. Girano fieri con il loro pass appeso al bavero: «Residente». E sorridono, finalmente. «Speravamo che bastasse un giorno a raddrizzarla — confessa Giovanni Andolfi, gigliese da una serie infinita di generazioni — ma la sensazione è comunque di immensa felicità. È l’inizio del trasferimento. Per noi è davvero la fine di un incubo, ora cambierà tutto». Al centro del mondo L’isola è stracolma di giornalisti. Questa operazione mai tentata, visti pure i tanti stranieri coinvolti nel naufragio, viene raccontata da televisioni, siti e giornali di tutto il mondo e in molti trasmettono l’intera rotazione in diretta. Arriva anche il ministro dell’ambiente Andrea Orlando: «È come fare un intervento a cuore aperto, bisogna fare in modo che tutto vada bene. Cosa importa se dura un’ora in più o una in meno?». Poi spiega meglio la situazione: «La fiancata sommersa della nave è in condizioni peggiori di quanto ci si aspettasse». Meglio quindi procedere con la massima cautela. Dalla sala operativa di Livorno, esattamente come 20 mesi fa, il capitano Gregorio De Falco (l’uomo del «vada a bordo c…») segue tutte le operazioni: «Questa dimostrazione di capacità tecnica ed organizzativa riscatta davanti alla pubblica opinione mondiale l’immagine di un’Italia approssimativa e cialtrona. Sono orgoglioso». E mentre don Lorenzo, parroco di Giglio Porto, prega «perché tutto vada bene», la Concordia inizia a mostrare al mondo il suo lato oscuro, amaro come la ruggine.

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