Siamo ormai alle battute, per raccontare la superiorità di Sebastian Vettel e della sua Rb9 nel Mondiale di F1. Anche in questo Mondiale, precisiamo, quello che si avvia a estendere a quattro gli anni dell’era del dominio blu. Prima del Gp del Belgio, al paddock circolava questa frase: «Se va in fuga, l’arrestano per vagabondaggio ». È successo. Sebastian ha sverniciato Lewis Hamilton già al primo passaggio tra Eau Rouge e Radillon, la curva e la compressione «cult» di Spa, se n’è andato in fuga e — se ci passate la metafora — ha concluso con il braccio fuori dal finestrino la volata verso il quinto centro stagionale, il numero trentuno della carriera. Due in meno di Fernando Alonso, che rispetto al tricampeon è più anziano di sei anni. Io viaggio da solo: rischia di essere il nuovo motto del ragazzo ormai lanciato a demolire tutti i record di Michael Schumacher. Ma l’hanno arrestato? No, non l’ha accalappiato nessuno. Nemmeno il poleman Hamilton, che deve farsi andare bene il terzo posto e il podio numero 54 (raggiunto Niki Lauda, oggi patron della scuderia per cui corre) per non pensare che «non avevamo la velocità per resistere né a Vettel né ad Alonso». Tra i colleghi di Seb, il poliziotto più accanito stavolta è stato Fernando. Dal nono posto alla medaglia d’argento di giornata, con la gara della grande rimonta e delle speranze che si riaprono, con il dolce del secondo posto nella graduatoria iridata riconquistato e con l’agro degli ulteriori sette punti concessi a chi ha preso il largo: «Però abbiamo recuperato parte dell’ottimismo che avevamo smarrito» è la sintesi dello spagnolo, pensiero che si unisce a una battuta di Stefano Domenicali: «Il Mondiale non è finito».

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