Sarà anche come vuole la leggenda che li hanno inventati loro, e comunque li facevano con la farina di riso, ma ora i cinesi mangiano solo spaghetti italiani. Dopo un biennio di leggera flessione il fatturato di maccheroni e tortellini è in vertiginosa crescita. Nel 2012 (il trend continua, rafforzato, quest’anno) l’export dei nostri pastifici è cresciuto in quantità dell’1,8 per cento e a valore del 6,8. Vuol dire che abbiamo venduto oltre frontiera più di 1,8 milioni di tonnellate per 1,9 miliardi di euro. La Vecchia Europa è ancora il cliente privilegiato, ma in Cina le nostre farfalle di grano duro volano: più 61 per cento anno su anno, in Ucraina abbiamo venduto un terzo in più e lo stesso vale per Brasile ed India. Complessivamente anche il mercato interno ha tenuto. In fin dei conti un piatto di pasta è ancora il cibo a più buon mercato e tra Italia sì e Italia no, per dirla con Elio delle Storie Tese, «Se famo du spaghi». TRE SETTORI Così la produzione complessiva è stata di oltre 4.600 milioni di euro di valore (pari a 3.326.750 tonnellate), con un incremento di occupazione nel settore pari a circa il 2 per cento e investimenti che non si sono mai fermati. La produzione è di fatto divisa in tre grandi settori: le paste secche, quelle all’uovo e quelle ripiene. In ognuno di questi segmenti ci sono dei leader, dei distretti specializzati, dei micropastifici che fanno altissima qualità e delle storie imprenditoriali spesso centenarie. I due colossi della pasta sono sicuramente il gruppo Barilla che è in mano alla famiglia da almeno quaranta anni dopo che Pietro Jr, nipote del fondatore, se l’era ricomprata. Oggi la Barilla che ha sede a Parma e stabilimenti in mezza Italia, che ha aperto una catena di ristoranti specializzati a New York e ha ricevuto il «premio dei premi» per il nuovo stabilimento di sughi pronti inaugurato a Rubbiano l’anno scorso, ha un consolidato vicino ai 4 miliardi di cui la pasta rappresenta 2,4 miliardi e si colloca il al 15° posto tra i colossi europei dell’agroalimentare e al terzo in Italia. L’altro big player, ma nel segmento delle paste ripiene, è il gruppo di Giovanni Rana che ha fatturato vicino ai 400 milioni e ha aperto stabilimenti in Illinois e in Russia. Più variegato è il segmento delle paste all’uovo dove c’è un distretto specializzato tra le provincie di Macerata e Ascoli Piceno. Qui si concentrano La Campofilone, la Spinosi e il pastificio Luciana Mosconi che è il secondo in Italia in questo segmento. Messi insieme sfondano il tetto dei 150 milioni di fatturato. La geografia della pasta in Italia è sostanzialmente concentrata, Barilla e Zara altra dinastia di pastai trevigiani che fattura poco meno di 200 milioni con crescite del 13 per cento anno su anno nell’ultimo triennio a parte, in quattro grandi poli: quello abruzzese, quello pugliese, quello campano e quello tosco-marchigiano dove non ci sono big player, ma pastifici che puntano sull’altissi – ma qualità. Nel polo abruzzese il leader indiscusso è il gruppo De Cecco di Fara San Martino saldamente in mano alla famiglia. Fattura 400 milioni, 40 ne ha realizzati nell’ultimo anno solo sul mercato russo e nell’ultimo anno il cavalier Filippo Antonio De Cecco ha investito 30 milioni per un nuovo stabilimento a Ortona e si è comprato la russa Pmk che con i suoi 600 addetti negli stabilimenti a Mosca, Smolensk e San Pietroburgo, produce circa un milione di quintali di pasta all’anno. Altro protagonista del polo abruzzese per dimensioni è sicuramente la Delverde che però è in mano ai sudamericani di Molinos Rios (un gruppo che vale poco meno di 3 miliardi di dollari) che ha fatturati in crescita esponenziale e che ora va alla conquista degli Usa con i cru di pasta. Ma in quella zona l’Oscar della crescita spetta sicuramente a La Molisana. Acquistata dal fallimento dal gruppo molitorio Ferro è tornata sul mercato nel 2011 e partita con 16 milioni di fatturato ha chiuso il 2012 con 46 milioni e una crescita continua. Ogni distretto ha i big player e gli specialisti. Nel caso dell’Abruzzo è la Pasta Verrigni familiarissima, adottata da tutti i grandi chef del mondo, la sola che abbia una linea di spaghetti e maccheroni trafilata in oro. L’altro distretto italiano della pasta è sicuramente quello di Gragnano, in Campania. Qui tutti fanno la pasta. Uno dei leader è Garofalo che ha fatturato poco meno di 110 milioni con un incremento del 12 per cento e investimenti per 18 milioni nelle nuove linee produttive. Ma anche qui accanto ai colossi ecco il gioielliere: è Gentile che lavora solo grano senatore Cappelli. Gragnano ora punta al riconoscimento di distretto e si è già dotato di un Consorzio per la tutela del marchio territoriale «Gragnano» di cui fanno parte Liguori, Di Martino, Faella, Gentile, Le Stuzzichelle, D’Apuzzo Sebastiano, Pastificio Campi, Le antiche tradizioni di Gragnano e La Fabbrica della pasta: artigiani dello spaghetto che vendono all’estero metà della produzione. PUGLIA E TOSCANA Altra sponda di mare: siamo in Puglia dove il leader è Divella. È il terzo produttore nazionale e anche questo marchio è una dinastia familiare capitanata da Vincenzo Divella. Il gruppo ha fatturato 310 milioni di euro, in aumento del 5 per cento sull’esercizio precedente, per il 35 per cento rappresentato dall’export con i maggiori sbocchi in Australia, Germania, Americhe. Infine ecco il distretto diffuso tra Toscana e Marche. Qui ci sono i pastifici gioiellieri: da Martelli di Lari a Giovanni Fabbri di Strada in Chianti, passando per Massimo Mancini di Monte San Pietrangeli, uno dei pochi che ha il ciclo chiuso dal grano alla pasta, fino a Latini di Osimo. Certo problemi ce ne sono: la cerealicoltura nazionale debole che ci fa dipendere troppo dall’estero e dalle tensioni dei prezzi sulle commodities, le eccessive differenze di prezzo e qualitative, la tirannia della distribuzione. Ma ci sono anche le prospettive: molti gruppi ormai vendono pasta, olio, sughi per far apprezzare meglio il prodotto di punta. E confermare che noi italiani, crisi o no, siamo fatti di ottima pasta.

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