Forse ora, uscito dal carcere, Nicolas Bernard-Buss potrà scrivere Le mie prigioni, denunciando la clamorosa ingiustizia subita. Ieri infatti la Corte d’appello di Parigi ha deciso di liberare il 23enne francese, detenuto da venti giorni perché «reo» di aver manifestato contro le nozze gay. Agli occhi del governo di Hollande, Nicolas non appariva come un semplice tradizionalista, cattolico e di destra, ma come un criminale incallito. Il 16 giugno scorso il ragazzo, fondatore del gruppo «Veilleurs» (Coloro che vegliano), ala ancora più pacifica della Manif Pour Tous, aveva partecipato a un corteo sugli Champs-Élisées, per chiedere l’abrogazione della leggeTaubira. La manifestazione, caratterizzata da canti, poesie e candele nonché dalle famose t-shirt con il logo stilizzato della famiglia, non aveva la minima intenzione aggressiva nei confronti dei gay. Ma gli agenti della polizia erano subito intervenuti, prima caricando i manifestanti e poi costringendo alcuni di loro a seguirli in Commissariato con l’accusa di «corteo non autorizzato». Nicolas, a quel punto, aveva tentato la fuga. Braccato dalla Gendarmerie, era stato incriminato per resistenza violenta e ribellione, dopo il suo rifiuto di fornire il Dna. Da qui il mandato d’arresto, la multa di mille euro e soprattutto la condanna a quattro mesi di reclusione, da scontare nel carcere di Fleury-Mérogis. La foto di lui appena arrestato, disteso a testa in giù e con le mani legate, come fosse un temibile delinquente, aveva fatto il giro del mondo. Venti giorni dopo, Nicolas era ancora dietro le sbarre. A suo sostegno si era schierata la Manif Pour Tous, che aveva lanciato una petizione online per chiederne la scarcerazione, rilanciata in Italia anche dal settimanale «Tempi». Molti intellettuali, tra cui Dominique Roinyé e Christophe de Voogd, firmedi Le Figaro, avevano paventato il «ritorno di un delitto di opinione in Francia», mentre amici e sostenitori di Nicolas, sulla pagina Facebook aperta ad hoc, lo avevano definito il primo «prigioniero politico» del governo Hollande. Perfino alcune associazioni omosessuali come Homovox e Plus gay sans mariage avevano parlato di «atto liberticida», mostrandosi indignate per l’arresto del giovane. Ciò che aveva sorpreso, al di là dell’evidente follia di incarcerare un manifestante pacifico, era la disparità di trattamento tra Nicolas e l’uomo di Lille che aveva aggredito un Veilleur con un coltello da cucina ed era stato liberato dopo appena 48 ore. Questo fermento di protesta aveva indotto gli stessi magistrati francesi a costituirsi in un collettivo per denunciare «sullo stretto piano giuridico» il trattamento riservato al giovane e accusare i poliziotti di «aver agito in un ambito illegale». Le pressioni dell’opinione pubblica devono aver avuto infine il loro peso, se è vero che ieri, nell’udienza d’ap – pello a Parigi, Nicolas Bernard- Buss è stato scarcerato e condannato a pagare soltanto un’am – menda di 3000 euro, per essersi ribellato agli agenti e aver fornito loro un’identità falsa. Ma la vittoria della società francese nei confrontidi Hollande potrebbe essere solo provvisoria. Negli scorsi giorni, infatti, alcuni sindaci come Jean-Michel Colo, primo cittadino di Arcangues, hanno rischiato la prigione e la sospensione dalla carica per aver fatto obiezione di coscienza, rifiutandosi di sposare delle coppie gay. «La legge esiste e dunque va rispettata», era stata la risposta del ministro degli InterniManuel Valls. Ma la pena, anche in quel caso, era sembrata sproporzionata: tre anni di carcere, come succede agli spacciatori o ai rei di omicidio colposo. I giovani francesi restino dunque in veglia. Come ricorda il Vangelo, bisogna farsi trovare pronti, in attesa che arrivino gli sposi (gay).

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