Rivoluzione copernicana o flop. Era questo il bivio prospettato alle società tra professionisti. Introdotte (seppur tra mille polemiche e resistenze) dall’ultima riforma delle professioni, le Stp rappresentano una delle novità più tangibili nel mondo professionale: la possibilità di aprire il capitale a soci esterni (seppur di minoranza) anche non appartenenti a ordini professionali. Il punto è che l’art. 10 della legge 12 novembre 2011, n. 183, consente la costituzione di società professionali, ma non disciplina il relativo regime fiscale. Nel disegno di legge allo studio del governo invece si scioglie qualsiasi dubbio: le società tra professionisti producono un reddito di lavoro autonomo, anche se sono organizzate come società di capitali. Non si tratta di un dettaglio. Secondo molti rappresentanti degli ordini professionali il timore di perdere lo «status» di lavoro autonomo (magari mettendo a rischio anche la propria iscrizione alle casse previdenziali di categoria) avrebbe potuto «uccidere» o comunque frenare l’immediata diffusione delle Stp. Le previsioni della nuova norma tributaria, invece, sono per alcuni versi estremamente innovative, considerato che fanno prevalere l’attività (autonoma) sulla forma societaria. «Il disegno di legge colmerebbe una lacuna — spiega Marina Calderone, presidente del Comitato unitario delle professioni, l’organismo che raggruppa circa 20 ordini—e sancirebbe un lavoro figlio di un intenso e proficuo confronto con l’Agenzia delle Entrate. L’incertezza sulla qualificazione tributaria del reddito delle Stp avrebbe impedito il decollo di questo istituto; la qualificazione come impresa avrebbe invece tolto linfa vitale alle Casse di previdenza, che avrebbero perso una larghissima fetta del volume d’affari su cui calcolare i contributi compromettendo l’equilibrio e la sostenibilità del sistema ». Ecco perché verosimilmente saranno in tanti (nel mondo professionale) a incrociare le dita.

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