Tra il 2005 e il 2013, tra il primo e l’ottavo titolo del Roland Garros, a guardare Rafa Nadal sembrano passati più di nove anni sul calendario. Il 3 giugno 2005, quando nel giorno del suo 19esimo compleanno batte Roger Federer in semifinale a Parigi sulla rotta del trionfo contro Puerta, Rafael Nadal Parera (al cognome della madre tiene, e parecchio) è un adolescente di buona famiglia, appartenente alla borghesia diManacor, dove i Nadal posseggono immobili e numerose attività commerciali, ben prima che il primogenito— c’è anche una sorella, l’amatissima Maria Isabel — diventi una multinazionale del tennis. Il look di Rafa al Roland Garros di quell’anno, voluto dallo sponsor per enfatizzarne lo spirito sbarazzino (e per conquistare il mercato dei teenager con un’operazione simile a quella che portò Nike a vendere milioni di pezzi dei calzoncini in denim di Agassi negli anni 90, che ancora oggi hanno un mercato su eBay), non rispecchia minimamente l’anima patrizia del guapo, ma tant’è: al giovane Rafa quel look non dispiace, e il capello lungo completa quell’immagine da tamarro che presto gli starà stretta e porterà alla rivoluzione. Il contrasto di stili che completerà strada facendo la straordinaria rivalità con Roger Federer (oggi stiamo 20-10 per lo spagnolo), corroborato dal tipo di tennis agli antipodi che i due rivali producono sul campo, da subito alimenta il malinteso che si è trascinato per anni, e che è arrivato il momento di chiarire. La vulgata tramanda un Federer intellettuale (il nostro, anziché leggere Proust, nel tempo libero gioca alla Playstation come tutti gli altri), educato come se fosse stato allevato a Eaton (nell’ingentilimento delle maniere di Roger, rissoso e ribelle da bambino, è lamoglie Mirka ad avere un ruolo centrale, come Helena con Zlatan Ibrahimovic), elegante come un Lord (è sempre Nike, che sponsorizza entrambi, ad accentuare lo scontro tra i look a scopo di business) e di origini nobili (Robert, il padre, è un ingegnere, Lynette, la madre, casalinga come Ana Maria, la mamma di Nadal). Riformato al militare, Federer (senza nulla togliergli) non parla quattro lingue per scienza infusa: è cresciuto tra Birsfleden, Riehen e Munchenstein, sull’incrocio di confini tra Svizzera, Francia e Germania. Con crescente tormento dello spagnolo, il qui pro quo — Rafa il coatto e Roger il principino— si è protratto fino al 2009, quando Nadal ha deciso di darci un taglio. Al posto delle canotte e dei calzoni alla zuava ha chiesto allo sponsor materiale «tradizionale », è diventato testimonial di un profumo di classe, di un orologio da 525 mila dollari e per le uscite pubbliche in borghese ha cominciato a farsi vestire da uno stilista, anziché i soliti jeans e maglietta. E, naturalmente, ha aperto una sua fondazione filantropica, come cuore (il ragazzo ne ha da vendere) e immagine impongono. Oggi che Rafael Nadal, al suo 12esimo anno di professionismo, vincendo l’ottavo Roland Garros ha finalmente centrato un record che non appartenesse già alla sua nemesi Federer (nell’inseguimento siamo 12 Slam a 17)—mai nessuno aveva vinto tanti titoli nello stesso Slam —, ogni dettaglio conta (e pazienza se ieri su twitter Rafa ha dato per morto Mandela). A proposito, le mutande sono di Armani.

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