Subito dopo le amministrative, a Roma verrà. Ma niente di più della visita mensile che ha promesso di fare ai “suoi” parlamentari. Iniezione di adrenalina, strigliata a chi ancora straparla sui giornali, avvertimento ai potenziali seguaci di Furnari e Labriola. Poi, Beppe Grillo, torna a casa. Che il suo posto è là. Lo dicono chiaramente, deputati e senatori Cinque Stelle. L’appello del Fatto al leader del Movimento (“Beppe scendi a Roma, c’è tanto da fare”) non trova sostenitori tra gli eletti M5S. Non tanto perché la vivano come una limitazione dei loro margini di manovra. Piuttosto perché, se anche Grillo arrivasse, si sentirebbero “inutili” allo stesso modo. Ci stanno dentro tutti i giorni, ormai da tre mesi. Si affannano a presentare mozioni, proposte di legge, interpellanze. MA CHE il Parlamento sia un posto maleodorante, in fondo, lo credono anche loro. “Non serve che Beppe venga giù – dice il deputato Massimo Artini – Qua il problema è che ha ragione. In quel post voleva dire che in questo Parlamento non si discute di leggi ma solo di pareri del governo. Le commissioni sono ingolfate, le mozioni non servono a nulla”. È un sentimento diffuso: la sensazione di stare come criceti in gabbia, attori di un teatro dove in realtà sono solo spettatori. Tanto che al Senato, è balenata perfino l’idea di uscire di scena: mollare anche le vicepresidenze, finirla di partecipare a una farsa dove in realtà non si conta niente. Anche l’euforia per l’elezione di Roberto Fico alla Vigilanza Rai sembra già svanita. Sono bastati due giorni per realizzare che, se non ha una maggioranza, il presidente non serve a nulla. Portato alle estreme conseguenze, come dice il professor Becchi nel post sul “colpo di Stato permanente”, “con 9 milioni di italiani esclusi, non è più tirannia della maggioranza: è la fine della democrazia”. BARTOLOMEO Pepe, senatore campano, ricorda le parole che usò Vito Crimi appena arrivato in Parlamento. “Dovrem – mo essere la sabbia che si infila negli ingranaggi. Ma qui – dice sconsolato Pepe – non riusciamo neanche a prendere la paletta”. L’arrivo di Grillo cambierebbe poco: “Che viene a fare? A fare cosa? Potrebbe servire a caricarci di più, certo. Potrebbe essere un influencer, aiutarci a prendere decisioni. Ma i meccanismi parlamentari sono così farraginosi: noi andiamo là, facciamo le nostre sparate. Poi quelli ci riempiono di emendamenti e non ci fanno capire niente. Alla fine ti accorgi che riesci a incidere solo in maniera marginale”. C’è chi ne fa anche una questione di competenze, di preparazione. Operai e casalinghe catapultati nei palazzi, che non riescono a tenere testa ai professionisti della politica. Anche qui, Beppe che potrebbe fare? Torniamo ancora alla vicenda dei due tarantini passati al gruppo misto: si sono offesi per le parole di Grillo sull’Ilva, ma i colleghi in Parlamento confessano: “Cosa volete che ne sappia lui dell’impianto a caldo?”. Tutto quello che sa, delle questioni di Camera e Senato, glielo dicono gli stessi eletti. Ogni settimana gli mandano un report, elencando tutte le cose che presentano e discutono. Di più non possono fare. Spiega il deputato Daniele Del Grosso: “Lui viene a trovarci una volta al mese. È ovvio che vederlo ci dà più spinta. Ma è vero anche che la sua intenzione era quella di portare cittadini normali nelle istituzioni. Non ha mai detto ‘vengo’, ‘mi candido’. Il suo obiettivo lo ha già raggiunto, la sua presenza a Roma sarebbe totalmente inutile”. Ci devo pensare loro, che piaccia o no. Massimo Artini cerca di guardare al futuro: “Noi stiamo lavorando perché si cambi. E l’unico vantaggio che abbiamo è che siamo tanti e possiamo far calendarizzare un quinto delle proposte. L’AULA poi è obbligata a discuterle entro 60 giorni. Significa che d’ora in poi almeno una volta a settimana si fa qualcosa di nostro”. E sperano che poi, il blog, ogni tanto parli un po’ anche di quello.

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